Il festival Palabra en el mundo: l’azione della parola per la pace


Festival Internazionale di Poesia Parola nel mondo_Avezzano_2015Domenica 17 maggio 2015  ad Avezzano, presso il Castello Orsini Colonna, si è tenuto  il Festival Internazionale di Poesia “Parola nel mondo”.Questa iniziativa si è svolta grazie all’interessamento della pianista e poetessa marsicana Greta Cipriani , la quale ha curato l’organizzazione e la direzione artistica della manifestazione. La sua volontà è stata quella di contribuire a sensibilizzare attraverso l’antica e sempre attuale arte della poiesis una realtà non indifferente al fascino attrattivo della parola scritta e recitata. Il Festival nasce nell’ambito del progetto denominato Festival Internazionale di poesia “Palabra en el mundo” giunto alla IX edizione, che si svolge dall’11 al 24 Maggio in oltre settecento luoghi nel mondo, organizzato all’Avana per iniziativa del Proyecto Cultural Sur internacional, della Rivista Isla Negra e del Festival Internacional de poesia de la Habana.e che ha come referente in Italia la rinomata scrittrice e poetessa Giovanna Mulas. Il tema di quest’anno 2015 è “La poesia come azione universale per la pace”. 11312674_1581493735464988_551624460642057394_o A tal proposito sono stati invitati a intervenire sull’argomento l’avv. Giampiero Nicoli, il poeta Dimitri Ruggeri e il prof. Ilio Leonio, i quali hanno indagato, attraverso un excursus filosofico e letterario di enorme interesse e di notevole profilo ideologico, sui rapporti tra poesia e pace, puntualizzandone gli aspetti e approfondendone le valenze, non dimenticando di inserirli nel tessuto della società contemporanea [Leggi tutto] Festival Internazionale di Poesia Parola nel mondo_Avezzano2_2015 Di seguito pubblichiamo in esclusiva l’intervento del relatore Giampiero Nicoli. “La direttrice artistica, Greta Cipriani, che ringrazio di avermi invitato, mi ha dato il piacere, l’onore e la responsabilità del primo intervento, su un argomento importante ed impegnativo. Lo affronto con brevi considerazioni, attenendomi ad un binario di sintesi, di doverosa semplicità e, per quanto possibile, di chiarezza, nonostante la complessità del tema.

I

Riflettendo sul titolo di questo incontro “la poesia come azione universale per la pace” mi imbatto subito in una prima constatazione: la formulazione ha tre parole chiave (poesia, azione, pace) ma il collegamento sintattico fra le prime due potrebbe configurare un ossìmoro. Infatti, almeno in apparenza, poesia e azione sono parole contrastanti. Soprattutto se il concetto di poesia – dal quale parto – viene letto nell’ottica della più influente filosofia estetica tradizionale, che ha dominato una buona parte del ‘900 italiano: quella crociana. Secondo il neoidealismo di Benedetto Croce – che ha influenzato nel secolo scorso gran parte della critica, prevalentemente nel nostro Paese – ci sono quattro funzioni distinte dello spirito, due teoretiche e due pratiche. La prima delle teoretiche riguarda l’arte. Ebbene il Croce in uno dei suoi fondamentali libri “La Poesia” del 1935, afferma che l’unica categoria del giudizio estetico è la bellezza. Cosa significa? Significa che qualunque sia l’arte di cui parliamo (la poesia, ma anche la letteratura, il teatro, la pittura ecc.) e qualunque sia il contenuto dell’opera che consideriamo, la distinzione deve essere solo tra bello e brutto e l’obbligo dell’arte è solo quello della bellezza. Anche voi, di primo acchito, potreste dire: va bene, è giusto che sia così, è giusto che arte e poesia rispondano al canone della bellezza e per questo siano giudicate. Ma comprenderete anche che sarebbe assai discutibile disinteressarsi del contenuto e della funzione che inevitabilmente l’arte svolge in ambito sociale e storico. Alla filosofia crociana non interessa se la poesia è utile alla pace. A noi sì. È anche vero, però, che non si può finire nell’eccesso opposto: cioè nel dire che l’arte e la poesia valgono solo se hanno una funzione pacifista. Sarebbe un assurdo estetico: e poi non qualunque espressione artistica vera arte solo perché persegue la pace. Ciò comporterebbe per altro il rischio speculare di giustificare la poesia che si ponga al servizio del potere, quale che sia; ipotesi che è proprio il contrario dell’autentica poesia. Conserva invece, in certa misura, attualità un altro insegnamento crociano in un famoso libro del 1923 “Poesia e non poesia”, dove si analizza il rapporto tra due momenti simbiotici ed inscindibili dell’arte, il contenuto e la forma che, secondo il nostro maggiore filosofo del ‘900, nel momento della creazione, nascono in assoluta contemporaneità. Invero, tutti noi avvertiamo dei sentimenti (che sono il contenuto dell’arte), ma non qualunque nostra espressione d’un sentimento è un’opera d’arte. Lo è solo quella che si genera in una forma perfetta e capace di trasmettere quel sentimento in modo unico ed insostituibile. E di emozionare. Prendete ad esempio il canto di Leopardi “La quiete dopo la tempesta”. Tra i primi versi: Ecco il sereno / Rompe là da ponente, alla montagna; sgombrasi la campagna / E chiaro nella valle il fiume appare. L’ultimo verso è considerato uno dei più belli della poesia dell ‘800. Provate a cambiare l’ordine delle parole ! Resta il nulla. Ferma restando allora l’importanza della perfetta simbiosi tra contenuto e forma, devo però dire che il primo limite crociano (quello del dovere dell’arte solo verso la bellezza) è oggi superato da altre concezioni estetiche per le quali dunque l’accostamento tra POESIA e AZIONE non è più un ossìmoro. Allora, per chiudere questo argomento, dell’estetica crociana non condividiamo che la bellezza sia l’esclusivo parametro di giudizio, e invece condividiamo la necessità di osmosi tra forma e contenuto. Quindi – confermata l’ammirazione estetica di fronte ad ogni opera che ci mostri una totale armonia tra il suo contenuto di sentimenti e la sua forma, nel linguaggio proprio dell’arte in cui lo esprime (i versi per la poesia, il segno ed i colori per la pittura, le immagini in movimento per il cinema, per fare degli esempi) – non possiamo non prediligere, in questo momento storico, quell’arte che è funzione di pace. Non possiamo non riconoscere, ad esempio, che “Guernica” di Picasso ha una funzione storica ben più profonda che una “Natura morta” di Morandi. Per fare un altro esempio noto a tutti e tratto da un’altra arte, il cinema, noi restiamo colpiti ed emozionati di fronte a “Roma città aperta” di Rossellini, opera filmica di grande poesia, che possiede però anche una incisiva funzione storica, perchè disdegna la guerra e ci fa desiderare la pace.

II

Per seguire d’altra parte la convinzione, che la poesia ha un orizzonte di pace, dobbiamo collegare un elemento estetico (la poesia) con un elemento etico, o morale che dir si voglia (il bene). Anche qui dissentendo dalla filosofia crociana che riteneva assolutamente distinti i due ambiti. Infatti se la poesia è il bello (categoria estetica), la pace è il bene (categoria morale). E l’introduzione a questo collegamento tra bello e bene la rinveniamo in una autorevole filosofia antica, in quella di Platone. Nel “Simposio”, uno dei famosi “Dialoghi” di Platone, il paragrafo 18° narra dell’intervento di Agatone in un dialogo con Socrate e Fedro. Qui ha origine l’osmosi tra la bellezza e la bontà, tra il bello e il bene. Si dice che tutto ciò che è bello (Kalòs) è anche vero e buono (Agathòs). Da Eros (amore) che simboleggia il bello corporeo, si va alla bellezza dell’anima; dal Bello in sé, assoluto, al vero e al bene assoluti. La bellezza è anche il bene. Condivido questa concezione che ha le sue radici in una grande filosofia di migliaia di anni fa. E che ci consente di stabilire un nesso indissolubile tra poesia e pace.

III

Con questa certezza possiamo passare al secondo concetto, quello di azione, che in questa diversa ottica non è più contrastante con il primo, cioè con la poesia. Viviamo un terribile momento storico. Sembrava che con la caduta del muro di Berlino e l’implosione dell’URSS, la vicenda umana, almeno per il vasto occidente vedesse una svolta. Invece ci troviamo in un nuovo inferno contemporaneo, addirittura peggiore di quello che aveva segnato in modo doloroso il Novecento. Come qualcuno ha osservato “guerre, genocidi, orrori terroristici, stragi di migranti, massacri dettati dall’intolleranza religiosa o che la utilizzano come alibi, in una spirale distruttiva e autodistruttiva di cui non si vede la fine”. E più vicino a noi le persistenti mafie con la corruzione e la criminalità che comportano. Tutto questo nefasto universo umano, nella sua concreta azione adopera armi reali. Ora la poesia, nella sua ipotetica azione, di quali armi dispone? Di tangibili, nessuna. La sua azione è possibile, ma non è reale, è solo virtuale, perché la sua arma è ineffabilmente virtuale. È la parola. l’impegno della poesia per la pace nel mondo è così una lotta impari, assai di più di quella mitica tra Davide e Golia. Eppure con attenzione e pazienza, si scorgono qua e là le avvisaglie di graduali vittorie. Siamo in un numero sparuto a credere nel valore salvifico della parola, ma siamo in buona compagnia. Ho colto alcuni esempi distanti tra loro nel tempo e nello spazio. Marcel Camus, il grande pensatore francese-algerino, ebbe il premio Nobel per la letteratura nel 1957. Il suo discorso di saluto è incentrato sul valore della parola e sulla missione dello scrittore. Missione addirittura! La cui grandezza – dice sempre Camus – “è di essere al servizio della verità e della libertà” “L’artista – egli diceva – si forma nel rapporto perpetuo tra lui e gli altri a mezza strada tra la bellezza di cui non può fare a meno e la comunità dalla quale non si può staccare. I veri artisti non disprezzano nulla e si sforzano di comprendere invece di giudicare”. Basterebbe che alcuni potenti del mondo seguissero questo insegnamento di un artista, per fare passi verso la pace. So che è un’utopia. Ma, teorizzava il filosofo Immanuel Kant, senza le grandi idee regolatrici, che sono appunto utopie, il mondo non avanzerebbe. Davìd Grossman, scrittore israeliano, considerato uno dei maggiori del mondo, vive nella morsa bellica tra Israele e Palestina, ha perduto, nella interminabile guerra tra i due popoli, il figlio combattente, al quale ha poi dedicato un famoso libro di pura poesia (“Caduto fuori dal tempo”); ma ciò non gli impedisce di usare costantemente la parola dei suoi scritti, in favore della riconciliazione tra gli israeliani e i palestinesi. Basta ricordare due significativi titoli: il suo romanzo “Vedi alla voce Amore” o il suo saggio “Con gli occhi del nemico. Raccontare la pace in un paese in guerra”. Daniel Baremboim, uno dei maggiori direttori d’orchestra del mondo, come molti di voi sanno, è riuscito –lui ebreo- in una impresa che ha del clamoroso: formare e far suonare insieme, con successo, un’orchestra composta di musicisti israeliani e palestinesi, che sono in perfetto accordo tra loro. È un poeta della musica al servizio della pace. Roberto Saviano, da noi, è il testimone più significativo di questo rapporto tra parola e pace. Da “Gomorra” in avanti – e vivendo da molti anni sotto scorta – ha fatto esplicitamente della sola parola l’arma virtuale fondamentale per la lotta al male. La sua costanza e determinazione sono incredibili. Ma è incredibile che stiano dando risultati concreti nei processi contro la camorra dei casalesi. Tim Jackson, drammaturgo e saggista inglese, ha di recente pubblicato un importante libro dal titolo “Prosperità senza crescita. Economia per il pianeta reale”. Quello che mi ha colpito è la prefazione di Carlo Petrini che inizia con una poesia di Ungaretti: “L’uomo, monotono universo/ crede allargarsi i beni/ e dalle sue mani febbrili/ non escono senza fine che limiti”. Petrini introduce insomma un libro rivoluzionario di economia con una poesia, affermando che all’economia del pianeta serve la poesia.

IV

Ma a buona ragione il titolo di questa particolare giornata, al sostantivo azione, aggiunge l’aggettivo universale. Perché è vero che solo un’azione universale può avere nel tempo una qualche pur minima efficacia. Insomma un’azione che sia di tutti gli uomini artisti di buona volontà. Ed è proprio il commento ad un evento in corso in questi giorni che mi ha offerto lo spunto per una riflessione sulla universalità. Giovedì il Presidente della Repubblica ha inaugurato a Torino il Salone internazionale del Libro. Voglio riferirvi, proprio a proposito del valore universale della parola, di un editoriale apparso lo stesso giorno su uno dei più qualificati quotidiani nazionali, con il titolo “Un libro serve anche contro la nuova barbarie”. Vi ho letto che “letterati, poeti, pittori, architetti e musicisti sentono di far parte di una medesima patria sovranazionale, di parlare lo stesso linguaggio” e che Voltaire scrive “che questa corrispondenza è più forte delle guerre suscitate dalle ambizioni dei re e dei conflitti di religione… L’arte, nel senso più ampio, diventa la vera gloria degli Stati, ed è ciò che rimane al di là dei conflitti e della politica, è un potente fattore di crescita individuale e collettiva”. Insomma in un momento in cui l’Europa, in piena crisi progettuale appare indebolita da incomprensioni, egoismi, scetticismi, disfattismi, tocca nuovamente alla cultura, quindi anche alla poesia, elaborare un linguaggio comune in cui riconoscersi e con cui ripartire. E indubbiamente la poesia ha un suo determinante ruolo. Vorrei soggiungere che il grande pericolo incombente è, come è stato detto “l’intolleranza, l’incapacità di ascolto, il prevalere degli istinti, il conformismo di massa, l’omologazione al ribasso, l’affievolirsi della solidarietà”. Atteggiamenti che la poesia bandisce. Noi che ci riconosciamo nella civiltà della parola dobbiamo allora – come afferma l’editorialista – “Ostinarci a dare spazio a quello che è conoscenza, confronto, condivisione, ascolto, rispetto. Tutti beni a rischio”. Comprenderete bene che le “difese di carta” e quindi anche la poesia solo incredibilmente le più solide per tutelarli.

V

Da ultimo un cenno sulla terza parola: Pace. A differenza di quello che potremmo immediatamente ritenere, questa parola è un caleidoscopio. In proposito, mi trovo d’accordo con un messaggio che il Papa Benedetto XVI inviò ai giovani il 1° gennaio 2013, giornata mondiale della Pace. Ne leggo la parte essenziale. “La pace non è la semplice assenza di guerra e non può ridursi ad assicurare l’equilibrio delle forze contrastanti. La pace non si può ottenere sulla terra senza la tutela dei beni delle persone, la libera comunicazione tra gli esseri umani, il rispetto della dignità delle persone e dei popoli, l’assidua pratica della fratellanza. La pace è frutto della giustizia ed effetto della carità. La pace non è soltanto dono da ricevere, bensì anche opera da costruire. Per essere veramente operatori di pace dobbiamo educarci alla compassione, alla solidarietà, alla fraternità, essere attivi all’interno della comunità e vigili nel destare le coscienze sulle questioni nazionali ed internazionali e sull’importanza di ricercare adeguate modalità di ridistribuzione della ricchezza, di promozione della crescita, di cooperazione allo sviluppo, di risoluzione dei conflitti”. Insomma pace, nel suo senso ampio e profondo, va molto al di là del significato letterale del nome. E tutta questa molteplicità di significati, i poeti d’ogni dove e di qualunque lingua l’hanno certamente cantata. Per questo dunque la poesia può dirsi con certezza azione universale per la pace.

VI

Per concludere, nella città di Piacenza, un’associazione ha inventato il PICCOLO MUSEO DELLA POESIA, dove di recente è stato reso omaggio al poeta Giuseppe Ungaretti, un visionario della parola che ci ha fatto immergere nella tragedia della guerra in trincea della prima guerra mondiale. Ricordate forse: “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” . Oppure: “Cessate di uccidere i morti/Non gridate più, non gridate/ Se li volete ancora udire/ Se sperate di non perire/ Hanno l’impercettibile sussurro/ Non fanno più rumore/ Del crescere dell’erba/ Lieta dove non passa l’uomo.” È inevitabile parlare di guerra per aspirare alla pace. E qualcuno ha detto che forse i poeti sono i veri profeti della pace. Allora vorrei accomiatarmi da voi, con i versi d’una poesia di Madre Teresa di Calcutta. Una poesia che ha il cuore nella speranza, uno stato d’animo di molti poeti, che conferma come la poesia sia azione universale per la pace. PREGHIERA PER LA PACE O Signore/ c’è una guerra/ e io non possiedo parole/ tutto quello che posso fare/ è usare le parole/ di Francesco D’Assisi/ E mentre prego / questa antica preghiera/ io so che, ancora una volta/ tu trasformerai la guerra in pace/ e l’odio in amore/ Dacci la pace / o Signore / e fa che le armi siano inutili/ in questo mondo meraviglioso”.

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