Tommaso Di Dio: La poesia, il ritmo, la voce


Tommaso DI DIO

Tommaso Di Dio (Milano, 1982) è uno dei poeti più interessanti del panorama contemporaneo italiano. E’ autore di Favole (2009, Transeuropaedizioni) e la recente Tua e di tutti (2014, Lietocolle). L’intervista di seguito pubblicata, curata da Dimitri Ruggeri nell’ambito del progetto Profile, trae spunto dalla lettura di entrambe le pubblicazioni dell’autore.

[…] Ci sono state grotte, torri, civiltà. Ma bisogna arretrare ancora; bisogna cercare. Stare nei muscoli addome contratto a spinta il passo prima. Nascere non è generare; oggi bisogna dare vita alla vita. (Tua e di tutte – T.D.D.)

D.R. Iniziamo quest’intervista con alcune domande sulla tua prima raccolta di poesie dal titolo Favole. Tu dici “[…] a vent’anni lo sguardo è nei chilometri in alto […]”. Dove guarda l’uomo, dove il poeta?

T.D.D. Fin dalle prime prove di scrittura, ho sempre fatto esperienza della difficoltà di far aderire ciò che andavo scrivendo con ciò che di più vivo e materiale sentivo dentro i miei giorni. L’esperienza della realtà si nutre di frizioni concretissime e multiformi, quella della poesia è coltivata in seno alla solitudine del confronto interiore e della lettura. Per molti anni, per me, la poesia è stata soprattutto il continuo tentativo di far piegare lo sguardo del poeta verso lo sguardo dell’uomo, riuscire a trasportare ciò che vivevo – e tutta la sua complessità – dentro il testo: far inchinare la testa della retorica. Eppure, proprio tentando questo, ho fatto spesso esperienza del contrario. La poesia ha un potere di premonizione, chiede un avvento: molte volte è lo sguardo dell’uomo a doversi piegare, a dover portare nella realtà ciò che la scrittura ha oscuramente presagito. C’è un potere sovversivo nella parola poetica, qualcosa che chiede di diventare reale, spazio e azione comune. Credo che i due poli vadano lasciati in tensione: se sentissi di poter risolvere l’uno nell’altro, non troverei più senso nello scrivere.

D.R. Al dolore contrapponi il cielo e le nuvole che lo ravvivano. Può essere, almeno per te, una liberazione “fisica” questo tendere?

T.D.D. La scrittura è per me un atto fisico. Più che scrivere, cerco di trascrivere secondo il ritmo muscolare delle parole, dell’arco delle frasi e dell’eco semantica custodita dalla lingua. Insomma: scrivo in versi; cosa che oggi – mi rendo conto – può sembrare quasi strana. Il testo infine è uno strumento di notazione, una partitura che richiede al lettore di partecipare con il proprio strumento corporeo e con la propria sensibilità. Se allora il dolore può trovare una liberazione, sì, essa è nel gesto stesso; nel riuscire a convogliare la sua energia in una vitalità che lo liberi dall’essere soltanto sofferenza singolare.

D.R. Cito uno stralcio di III “[…] Ti viene una grande voglia di una cosa senza nome […]”. Questa “cosa”, a mio avviso, la cerchi spesso nella ciclicità delle stagioni e della natura altre volte in visi umani che delinei precisamente. Quest’oscillare riesce a trovare una via di mezzo?

T.D.D. Non credo che si debba trovare una via di mezzo. Credo che si debba fare lo sforzo – certo, ogni volta da rinnovare – di riuscire a percepire un volto come una stagione, ovvero come qualcosa che è per trapassare, andar via, scomparire, tramontare. Nessuna stagione è uguale alla precedente eppure è ancora la stessa, che ritorna; così ogni espressione del nostro volto, ogni moto dell’animo che in esso si manifesta, trapassa e va e torna a ripetersi, ogni volta nella sua eccezionalità che tramonta. Questa è la “cosa” che non può avere nome: perché propriamente non è una “cosa”, ma un’esperienza.

D.R. In una poesia molto audace e potente come la VIII ” […] a furia di reni sfondare il fondo cupo dei preservativi […]” hai delle impennate ritmiche molto convincenti. E’ solo una casualità o una particolarità che stati sviluppando ulteriormente?

T.D.D. Come accennavo prima, la poesia è per me essenzialmente un’arte musicale. Mi sorprende un po’ come oggi ci si possa sorprendere di trovare in un testo poetico un lavoro sul ritmo. Detto questo, è chiaro che il ritmo che si cerca (e a volte fortunatamente si trova) non è sempre uguale in tutte le fasi di uno scrittore. In questa fase della mia vita, cerco un ritmo che sia legato a una parola orale, dicibile: che il verso non contraddica mai la possibilità concreta della voce umana; e che anzi ne sia pienamente immerso: questo è il mio metro, la mia misura, la mia pienezza e ciò che la spezza (insomma: che si vada a capo).

Penso che, dopo un secolo di verso libero, la poesia abbia compiuto un lungo cammino di liberazione dall’ideologia della scrittura, dai suoi trabocchetti; e che possa trovare il proprio verso dentro la singola mortalità di una voce umana, nel variare dell’emotività e nella singolarità tonale e semantica (ovvero infine storica) della lingua che abita. In fondo, la lettura silenziosa non è un’innovazione irreversibile; sono sempre sopravvissute potenzialità articolatorie del ritmo dentro la lettura, pur anche silenziosa. Credo che la poesia, oggi, in un mondo sempre più orale e visivo, possa fare forza su questa origine arcaica della scrittura come partitura fisica e che questo non sia assolutamente in contraddizione con la tradizione letteraria, anzi.

D.R. La natura intesa da te ha spesso lati oscuri “[…] fu trovato sangue sulle zolle”[…]”. Cosa faresti se ti perdessi in un bosco per tutta la vita? Quale favola scriveresti?

T.D.D. Se mi perdessi nel bosco, cercherei di uscirne al più presto e non penserei minimamente a scrivere favole! A parte gli scherzi, la scrittura non può nascere – almeno per me – quando ci si trova dentro, immersi nel male, ma soltanto nella sua seduzione o nella sua attrattiva prossimità. Scrivere è un atto o quantomeno un tentativo di lucidità, altrimenti è referto medico.

D.R. Nella tua seconda raccolta dal titolo Tua e di tutti il peso della città appare, a tratti, insostenibile. Come vivi la quotidianità metropolitana, gli spazi pubblici e i bar?

T.D.D. La città è il mio luogo naturale (e Milano, in particolare). Mi piace attraversarla a piedi. Sto bene dove posso vedere scorrere la vita di tante persone, sentire il flusso dei tanti destini che si intrecciano anonimi e di ciò che caoticamente producono. La città costringe continuamente a confrontarsi sia con ciò che di eccezionale produce l’umano (la civiltà tecnica e artistica, la sua varietà), sia con il suo scarto: lo sporco, la povertà, la violenza delle ambizioni, l’odore dei corpi nella calca. La città permette di avere lo sguardo fermo su cosa realmente sia questo strano fenomeno virale che chiamiamo uomo… forse però la cosa che più mi attira della città è la sua caratteristica stratificazione di livelli, la sovrapposizione fra opere di diversa durata e provenienti dai più svariati tempi che la città permette di leggere facilmente (questo almeno a Milano è evidentissimo). La città come palinsesto, come testo scritto e sovrascritto, traforato, abraso e ricostruito da mani umane: questo mi attrae e mi muove.

D.R. Rispetto alla prima pubblicazione, il tuo stile appare più minuzioso e descrittivo, a tratti cronachistico. Una scelta voluta?

T.D.D. Sì, anche se non direi “cronachistico”, a patto di intendere questo termine come sinonimo di “cronico”, insomma in senso etimologico. In questo secondo lavoro, ho cercato ancora più del primo di aderire al dato reale, alla sua brutalità appunto “cronica”, ogni volta singolare. Credo sia da addebitarsi soprattutto a una crescita formale di ciò che già era nelle intenzioni in Favole.

D.R. I personaggi che entrano ed escono dalle poesie sono in realtà “[…] morti che ci rendono al monologo” e “all’impossibile storia del vero”?

T.D.D. In un certo senso hai ragione. Il testo da cui estrapoli quei versi è riferito in particolare ad un evento di cronaca nera che mi ha toccato obliquamente; ma il valore di quella chiusa è generale e si riferisce a tutta la raccolta. L’esperienza singolare, che muore in ogni istante e trapassa altrove, ci costringe al “monologo”, rende ogni testimonianza univoca e indimostrabile: ogni esperienza non è ripetibile, al costo di una finzione, di una “favola”… una “storia del vero” è impossibile; eppure ogni evento chiede di essere testimoniato, chiede che sia tentata una sua trasposizione, una sua storia: insiste affinché si rimanga presi in questo impossibile paradosso.

D.R. L’amore diventa un debole sentimento in pasto al degrado della città, metafora conclamata della storia che incalza il presente (e il futuro?) in modo caotico e a tratti subdolo. “Bisogna ripetere tutto”? Capitolare? Oppure “oggi bisogna dare vita alla vita”?

T.D.D. Le due cose insieme. Per molto tempo il testo che per primo citi era l’apertura del libro; soltanto in un secondo momento è stato disposto in posizione più avanzata. Dare “vita alla vita”, al di là di ogni retorica, è in realtà quello che sempre facciamo; ovvero: ripetere tutto, come se non ci fosse stato niente prima di noi. Ognuno di noi ripete inconsapevolmente ciò che ha appreso per imitazione. Ogni vita che nasce e muore ricapitola e conclude la vita umana, ne ripete la storia integralmente e non può che farlo attraverso le tracce che gli altri hanno lasciato. Se per la biologia ontogenesi e filogenesi non coincidono, in questo libro cerco di forzare metaforicamente questo assunto e indicare come soltanto nell’atto del loro coincidere possiamo avvertire più fortemente cosa sia una vita che si possa chiamare, con minor vergogna, vita umana.

D.R. Quali sono attualmente le tue attività e il prossimo progetto. Dove ti si può seguire?

T.D.D. Negli ultimi mesi sono stato molto occupato a stare vicino ad una persona a cui voglio bene e che in questo momento ha bisogno di me. Intanto lavoro, cerco di continuare a leggere, scrivere, vivere. Ho una pagina Facebook e, se accade qualcosa a cui partecipo, la comunico lì.

Febbraio 2014 – Copyright © – Riproduzione riservata

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