Il sogno del poeta Marco Pavoni


Marco Pavoni (Pescara, 1984) è un poeta che, con la sua seconda pubblicazione “Permanenza del sogno” (2014, Ed Tracce),  conferma la sua  promettente proposta poetica. L’intervista di seguito pubblicata e la videointervista realizzata da Dimitri Ruggeri nell’ambito del progetto Profile si basa sulla lettura della silloge.

[…] ho unito i miei tormenti di poeta a quelli di Campana e, così, siamo diventati fratelli in una lotta senza quartiere contro l’ipocrisia della società che, nell’epoca di Campana come nella mia, ha evidenziato ed evidenzia un disorientamento intellettuale a causa del quale la poesia ha cantato e canta, necessariamente, lo smarrimento sentimentale e spirituale dell’uomo. (M.P.)

INTERVISTA di Dimitri Ruggeri

D. R. Questa tua seconda raccolta di poesie nasce sotto il segno del sogno, unico amplesso vitale che contrasta la menzogna e la corruzione umana. Come può essere oggettiva e universale questa tua nuova proposta poetica? A chi è rivolta?
M. P. Innanzitutto occorre sottolineare il fatto che la mia poesia, come quella di tutti gli altri poeti miei compagni di viaggio durante questo lungo e lento apprendistato poetico, nasce dall’esigenza individuale di comunicare qualcosa al lettore. In buona sostanza cerco, con le mie raccolte poetiche, di trasferire al lettore il mio patrimonio di esperienze, avventure intellettuali e sentimenti in cui il lettore, dopo una necessaria fase di adattamento, può ritrovare se stesso e il proprio retroterra culturale ed emotivo. Credo che la mia pubblicazione possa diventare oggettiva e universale proprio per mezzo di questo trasferimento di idee ed emozioni che viene innescato dalla parola poetica a beneficio di tutta l’umanità.

D. R. C’è continuità o discontinuità rispetto alla tua prima pubblicazione di poesie intitolata “Immagini” (2009)?
M. P. Secondo me, rispetto alla mia prima raccolta poetica, c’è continuità. Sia il primo che il secondo libro rappresentano la realizzazione pratica di un progetto poetico che prevede vari stadi, o livelli di conoscenza, a cui corrispondono e corrisponderanno le pubblicazioni che ho prodotto e che spero di produrre in futuro. Desidero aggiungere e sottolineare che, fra i miei due libri, c’è un legame ideale rappresentato da una tensione ermetica e metafisica che permea di sé quasi tutte le liriche delle due raccolte.

D. R. Se il filo conduttore è il sogno, in alcune poesie Dio è tensione da raggiungere e uguagliare, in altre è l’ignoto stesso. A tuo avviso Dio può essere incarnato dal sogno come l’uomo, con le menzognere vesti divine, può essere incarnato dall’ignoto?
M. P. Dio è molto più del sogno in cui s’incarna. È un elemento spirituale che attrae continuamente il poeta che, per comprenderlo, ha bisogno di una rigorosa formazione intellettuale e sentimentale la cui fine è da ravvisare in uno spazio e in un tempo che non sono umani. Posso solo dire che Dio rappresenta, per me poeta, una consolazione spirituale che sfugge sempre, nonostante il mio generoso, ma inutile tentativo di imbrigliamento in una poesia. Per quanto riguarda l’uomo mi sento di affermare che la sua essenza rimane a me ignota in quanto esistono, in lui, tali e tante zone d’ombra che non è possibile illuminare, nemmeno con l’aiuto della poesia. L’essenza dell’uomo è per me come una stanza vuota e buia di cui si conosce l’ubicazione in una casa, ma di cui si ignora la posizione dell’interruttore della luce.

D. R. Un tema ricorrente è quello dell’amore, descritto nella sua carnalità. Può questo sentimento vivere nel sogno oppure necessita della realtà?
M. P. L’amore può vivere nel sogno se si basa sulla realtà. È tipico dei poeti, e degli scrittori, scrivere di amori immaginari in cui vengono descritte, e amate, donne con caratteristiche fisiche e mentali che esistono sì nell’immaginazione, ma che si basano soprattutto su dati reali. Insomma, è per me impossibile, in letteratura, scrivere di un amore se l’autore non ha vissuto il sentimento d’amore nella realtà. Secondo me, la realtà è la base da cui si prendono le mosse per arrivare al sogno. Il sogno è, per me, la cartina di tornasole della realtà in quanto, nella sua intima essenza, è permeato di realtà.

D. R. Nella lirica dedicata a Dino Campana ti riferisci al poeta con un appello divinatorio “[…] sarai mio fratello di lotta […]”. Rispetto a chi o cosa bisogna lottare?
M. P. Ho sempre amato l’opera di Dino Campana e speravo di riuscire, un giorno, a dedicare una poesia a questo grande autore. Ma c’è di più. Speravo di potermi mettere in contatto, tramite la poesia, con la sua anima tormentata ed inquieta e, a conti fatti, posso dire che la poesia ha compiuto questo miracolo. La conseguenza di questo evento prodigioso è stata, per me, ancora più esaltante: ho unito i miei tormenti di poeta a quelli di Campana e, così, siamo diventati fratelli in una lotta senza quartiere contro l’ipocrisia della società che, nell’epoca di Campana come nella mia, ha evidenziato ed evidenzia un disorientamento intellettuale a causa del quale la poesia ha cantato e canta, necessariamente, lo smarrimento sentimentale e spirituale dell’uomo.
[Intervista in Creative commons 4.0 riconoscere il link http://www.dimitriruggeri.com]–

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