La poesia di Christian Tito va ascoltata (LPCTVA)



Christian Tito (Taranto, 1975) è un poeta esistenzialista (?) nel divenire, nel cambiamento, nel perenne ordine del caos – unica via praticabile per la felicità dell’uomo. L’articolo e l’intervista proposta da Dimitri Ruggeri nell’ambito del progetto Profile si basa sulla lettura della silloge “Dell’essere umani” (2005, Manni editore). Tito è anche un filmaker e con l’occasione proponiamo quello che Antonio Devicienti ha definito un Film poesia sull’ ILVA e i lavoratori. In apertura una sua intervista di repertorio rilasciata in Radio.

Esco da me \ e cammino in bilico sul crinale che separa la logica dalla follia \ oggi è un grande giorno \ scrivo una poesia

INTERVISTA a cura di Dimitri Ruggeri

D.R. L’”eterno divenire” può, a tuo avviso, generare l’annullamento dell’essere?
C.T. No, non lo credo nella maniera più assoluta. Credo sia più probabile che possa scomparire l’uomo per le sue notevoli capacità autodistruttive ma, fino a quando abiteremo la terra, l’essere abiterà con noi. Ciascun uomo, come diceva Turoldo in un suo libro molto bello, è “chiamato ad essere”; sta ad ognuno di noi rispondere a questa chiamata, nella propria misura e secondo i propri talenti.
Questa credo sia la più bella, stimolante ma, al contempo, difficile opportunità che ha un essere umano nel suo fugace passaggio terreno.

D.R. Quali sono le “gabbie” che la società oggi ci impone?
C.T. Esistono alcune gabbie che sono sempre le stesse in ogni tempo : quelle che tentano di deviare, condizionandole, le persone dal loro percorso. A volte possono essere le più impensabili come la famiglia, alcune amicizie, lavori sbagliati etc… Eppure è proprio confrontandoci con queste realtà che si può volgere il tutto in palestra di fortificazione ed emancipazione. Gli altri, anche i figli, non ci appartengono e ognuno, per me, dovrebbe cercare di esprimere al massimo le proprie potenzialità. Questo sono sicuro genererebbe persone più felici e, conseguentemente, un mondo migliore. I veri maestri sono coloro capaci di accompagnare, ma, al momento opportuno, di farsi da parte, anche se questo comporta sempre del dolore. Non è assolutamente facile. Guardando invece all’oggi, indubbiamente, la “gabbia” più potente è quella che ci vuole rendere perennemente desiderosi di cose inutili; quella spinta iperconsumistica fondata sull’illusione che più avremo e consumeremo più saremo felici. Abbiamo solo bisogno di un tetto sotto cui dormire, di un po’ di pane da mangiare , di qualcuno che amiamo e che ci ami, tutto il resto è illusione. Chi ha tutto questo “solo” è già immensamente fortunato.

D.R. Tu dici “Gli intellettuali non ragionano. Sculettano […]”- Chi sono, per te, gli intellettuali di oggi?
C.T. Intellettuale dovrebbe essere colui che, dotato di buona intelligenza, usi questo bene (che, per quanto mi riguarda, ha avuto la fortuna di ricevere) per leggere criticamente e, si spera, liberamente, la realtà che ci circonda. Attraverso questa sua lettura, qualcun altro, che all’intellettuale dovrebbe riconoscere una funzione importante, potrebbe tradurre in azione, accogliendola, quella lettura, col nobile fine di migliorare per sé e per gli altri la realtà in cui tutti viviamo. Questi altri dovrebbero essere, naturalmente, in primis i politici. Detto questo ecco che, per rispondere alla tua domanda, mi appare dinnanzi un panorama desolante che genera in me un grande sconforto. Qualcosa di simile al deserto dove, quasi sempre, se mai intravedo in lontananza qualcosa che accende un pochino la speranza, nell’avvicinamento, mi lascia frustrato per l’ingannevole abbaglio del miraggio.

Christian Tito2

foto di Francesco Greco

D.R. In una delle tue poesie ti interroghi “Chi sono io”?. Poi lasci intendere di essere tu stesso il mondo. Spiegaci questa considerazione.
C.T. La raccolta in cui ho scritto questo è di 9 anni fa. Un tempo enorme per chi tenta di fare arte. Ad ogni modo, basandoci su quel libro (che oggi reputo immaturo anche se fresco e genuino), giustamente, tu mi inquadri come esistenzialista poiché, in primo luogo, in quel periodo cercavo me stesso, la mia voce che, come quella di tutti, faticavo ad ascoltare nel frastuono che ci circonda. Quindi la domanda ” chi sono io?” era proprio quella che si pone un uomo in cammino che tenta di scoprire quale è la sua strada. Dire che poi scopro di essere io stesso il mondo mi sembra quanto meno esagerato se non nel senso che tutti noi, potenzialmente, abbiamo dentro un seme universale che affianca il malvagio e il santo e tutte le sfaccettature tra loro comprese. Possiamo (e forse dovremmo) fare i conti con ciascuna di esse.

D.R. In una delle tue poesie differenzi la pace dalla tranquillità. Che differenza c’è? Ci può essere una pace non tranquilla?
C.T. Credo che un artista sia una persona dalla natura molto inquieta, che vive in una sorta di crisi perenne. Tutta la drammaturgia, le storie che raccontiamo, si basano sempre sul perturbamento di un equilibrio. L’arte non potrebbe esistere se tutto forse fermo, immobile (morto?) , ma proprio perché si fonda su questa vertigine del movimento continuo è in grado di esercitare, se è vera e potente, su chiunque sia vivo, un effetto che può essere di repulsione o di attrazione, ma comunque perturbante. La pace mi dà l’idea di una conquista avvenuta con la profonda consapevolezza che è uno spazio transitorio tra tempi di guerra. La guerra , volenti o nolenti, fa parte della vita, sia essa quella interiore del singolo sia, purtroppo, quella che ci investe come collettività. Di essa, dei suoi effetti, della violenza che a volte (anzi quasi sempre) devasta e massacra i più deboli, possiamo provare orrore, ma per quanto sia duro sostenere il peso della scena osservata, abbiamo il dovere di guardare anche questo. Ma, poi, anche questo è transitorio tra tempi di pace. Ecco, il mio auspicio, per lo meno nel mio percorso è tendere sempre maggiormente a questo modello di “pace consapevole” e, spero, sempre più pieno. La tranquillità la intendo come una pace posticcia, totalmente scollegata dalla conoscenza della realtà, e dunque , per me, morta.

D.R. Se l’essere ce lo impone l’epoca in cui viviamo, quale è la tua epoca?
C.T. La mia epoca è la stessa che vivi tu, Dimitri. E’ evidente che questo tempo che viviamo ci vorrebbe tutti allineati e sempre più impoveriti e dunque più esposti a far calpestare con più facilità la nostra dignità. E’ un equilibrio difficilissimo da mantenere. Ma, come tutte le fasi critiche e di passaggio, sono certo che ci siano tracce di importanti opportunità come ci insegna il doppio ideogramma usato nel cinese antico per la parola crisi che in sé contiene il pericolo e, appunto, l’opportunità.

D.R. Traspare, a tratti, un tuo rapporto ravvicinato con la morte necessario “per farsi spiegare la vita”. E’ una sentenza la tua?
C.T. Hai ragione, sembra tale. Pensa che col tempo ho cominciato a stancarmi di leggere chi scrive sentenze, tranne qualche mostro sacro come Cioran e Nietzsche. Ad ogni modo credo che ho implicitamente risposto più che abbondantemente a questa domanda affrontando il discorso della pace e della guerra. L’uomo vive in una realtà fortemente ambivalente e di infiniti opposti. E’ ovvio che la natura ipersensibile dell’artista avverte con maggiore intensità la presenza della luce e del buio, della vita e della morte; altrettanto ovvio che si intrattenga a dialogare con tutte queste coppie di opposti.

Christian Tito

D.R. Tu sei anche un filmaker e spesso ti avvali della poesia. Ci spieghi che cosa è per te un videopoesia e qual è il mix ideale tra parola poetica e immagine?
C.T. Ti rispondo nella più totale sincerità: io non so cosa sia un video poesia e neanche cosa sia una poesia. Tra l’altro ho sentito un gran parlare di queste video poesie e ancora non ho neanche ben capito cosa siano per gli altri. Ci sono cose che guardo e che mi piacciono e altre che non mi piacciono per nulla, così come quelle che leggo. Quando produco qualcosa, la sensazione reale che ho è che potrebbe essere stata l’ultima volta che è accaduto. Per fortuna poi ritorna il bisogno di scrivere o montare un video. Quando arriva lo seguo senza sapere con precisione dove mi porterà, ma, per fortuna, constato che in fine mi porta sempre da qualche parte. Spesso capisco dove e perchè solo molto tempo dopo. Ho imparato, diciamo così, ad avere fiducia in questi ritorni e a non dannarmi se i tempi tra di essi si dilatano. Ad ogni modo quando creo qualcosa tengo sempre presente il monito che, non ricordo quale maestro, aveva indicato a Carver e che lui teneva affisso sopra la sua scrivania: “ niente trucchi da quattro soldi”. Per finire ti dico che la parola poetica può essere fortemente evocativa di immagini e l’immagine può essere profondamente poetica. Nella maggior parte dei casi devono e possono vivere in autonomia. Quando mi capita di usarle insieme lo faccio perché sento che si realizza tra loro una potente sinergia. Tutto qui.

D.R. Quali sono i tuoi prossimi progetti? Segnalaci dove ti possiamo seguire.
C.T. Ci sono due progetti che mi riempiono di felicità ed orgoglio. Tra un paio di settimane esce un libro che mi è particolarmente caro poiché è un carteggio (ma non solo) che ho avuto con un poeta per me gigantesco che è Luigi Di Ruscio, scomparso ormai quasi 4 anni fa. Per me è stato un Maestro. In punto di morte gli ho fatto una promessa: avrei tentato in tutti i modi di diffondere il più possibile la sua opera, dunque spero che questo libro riesca ad ottenere un po’di visibilità. Posso dire che è stato estremamente curato (come tutti i libri della piccola ma pregevolissima casa editrice che è L’arcolaio di Gianfranco Fabbri) ed è, tra l’altro, un ottimo mezzo, per chi non lo conoscesse, per avvicinarsi all’opera e al pensiero di questo scrittore straordinario. L’altro, che ugualmente mi entusiasma e di cui vado fiero è la proposta che ho ricevuto da un giovane poeta per me importante, sia umanamente che sulla carta, di entrare a far parte della redazione di un nuovo blog il cui nome sarà Perìgeion e si occuperà di poesia ed arte contemporanea. Il bello è che anche questo progetto nasce dall’esigenza di un giovane allievo di mettersi all’opera basandosi sull’esempio etico e concreto di un maestro e dunque dare continuità tra le generazioni a una sorta di “resistenza” che ,anche qui , è umana prima ancora che culturale. Come avrei potuto non accettare un onore del genere? In fine, per chi usa i social network, può trovarmi su facebook tenendo presente che quello spazio social (da cui ogni tanto penso di scappare perché in realtà mi appare davvero poco social ) lo uso anche per ascoltare gli altri. Quindi se non c’è scambio, ossia un qualche segno di interesse reciproco, prima o poi cancello le amicizie.

L’universo cieco \ spasimava dalla voglia di vedersi \ alla fine riuscì a creare l’occhio umano \ e l’universo finalmente è riuscito a vedersi \ poi gli uomini crearono Iddio (Luigi Di Ruscio)

D.R. Grazie per aver rilasciamo questa intervista che rendiamo fruibile in creative commons 4.0
C.T. A te , Dimitri, e a chiunque avrà voglia di leggere. Per me è stato un piacere, saluto te e tutti con gratitudine.

PER IL FILM I LAVORATORI VANNO ASCOLTATI [CLICCA QUI]

(Dimitri Ruggeri – Novembre 2014 – Articolo con licenza di utilizzo Creative Commons 4.0)

One thought on “La poesia di Christian Tito va ascoltata (LPCTVA)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...