La latitudine poetica di Nino Iacovella


Nino IacovellaNino Iacovella è nato a Guardiagrele nel 1968. Ha pubblicato una prima raccolta di poesie nel 2001 Ballate di un giorno solo e della notte (ExCogita Editore, Milano), seguito da Latitudini delle braccia, deComporre edizioni nel 2013. Dal 2011 al 2013 ha fatto parte della redazione de Il Monte Analogo rivista di poesia e ricerca. Sono presenti diversi contributi sulla sua poesia in alcuni blog letterari collettivi. Con Latitudini delle braccia l’autore ha realizzato incontri dove l’intersezione tra parola, musica ed immagine hanno esteso la comunicatività e il pubblico della poesia. Vive e lavora a Milano. Il poeta ha rilasciato un’intervista, in esclusiva per il progetto Profile, sulla sua ultima pubblicazione Latitudini delle braccia.

La poesia non può cambiare l’ordine  del dolore /Quella polvere non si poserà altrove, / piuttosto ricuce addosso la presenza / delle lapidi, insinuando al funambolo / che osa lo sguardo oltre la corda / che sovrasta le proprie rovine / Cercare ricordi, tra i muri anneriti / e le case / abbandonate, noi tra le notti ancorate / con le unghie che vanno a fondo / ai bordi del materasso, avessimo visto i volti, / le madri tra i vuoti delle stanze, / avremmo un taglio più vistoso al collo / e come parole un filo di voce / Per questo lanciamo solo segnali di fumo /da posti sicuri e abbandonati / e se apriamo nascondigli / nutriamo un vuoto di formaldeide, / un lascito di brace che toglie il respiro / Lasciamo tepore, ma con parole di cenere / dopo ogni bivacco (N.I.)

INTERVISTA a cura di Dimitri Ruggeri

Latitudini delle bracciaD.R. Nella tua raccolta, se da una parte alcuni versi suggeriscono l’illusione di una ritrovata latitudine, dall’altra sentenziano lo smarrimento della longitudine. Tu stesso dici che “La poesia non può cambiare l’ordine del dolore”. Dove si può ritrovare l’uomo nel tuo spazio?
N.I. L’uomo ha perso l’uso “affettivo” delle braccia.La postura, il posizionamento di questi due meravigliosi arti umani, rimangono troppo spesso condizionati da atteggiamenti di protezione o chiusura: stare a “braccia conserte” ne è l’esempio. Considerare le braccia, in una ipotetica latitudine, significa considerare un gesto di nuova apertura: latitudine è, metaforicamente, l’estensione massima di un abbraccio verso il mondo, anche attraverso la parola. La poesia, in tale senso, diviene anche territorio umano, che rifugge dall’eccesso di verticalità, la poesia “mentale” o sovraccarica di letterarietà.L’ordine del dolore? Certo, quando si parla della guerra, una ricostruzione emotiva del dolore, attraverso la scrittura, è sempre un surrogato del dramma.
Quantunque una poesia sembri restituire una certa intensità, il confronto, lo scarto dal vissuto rivela una ineffabilità di fondo, soprattutto quando si tratta di riproporre l’atrocità di quel vissuto.

D.R. Il filo conduttore è la guerra. Può, a tuo avviso, la guerra e il dolore essere un collante tra i popoli più del sogno e della gioia?
N.I. La guerra, purtroppo, nella condivisione della paura e della miseria, ha, per certi versi, una connotazione formativa. Conduce alla solidarietà.
Il sogno o la gioia oggi non sono più collettivi. Il consumismo li ha “privatizzati” e non riescono più a ritrovarsi in una pluralità. Sono diventati per lo più feticci, più o meno subliminali, degli spot pubblicitari.

D.R. Può la pace essere relegata a semplice tregua rispetto alla guerra?
N.I. La storia umana, nel lungo periodo, ci ha confermato quello che dici, purtroppo. L’uomo ha una natura ambivalente. Il bene e il male coesistono in ognuno di noi in un equilibrio labile. E’ una considerazione che, mi rendo conto, apre a considerazioni terribili. Ma al di là della guerra, anche nel dettaglio degli episodi del quotidiano, nelle notizie di cronaca, si riscontra una scia di episodi di violenza inaudita. L’uomo, purtroppo, è il più feroce predatore di se stesso. Da un momento all’altro è in grado di rispolverare la sua aggressività latente.

D.R. La poesia non deve dare risposte. Sei d’accordo? Potresti determinare il quid oltre la parola?
N.I. Non deve dare risposte, piuttosto porre ulteriori interrogativi. La poesia rimane per me (ancora) un indagare nel buio, quando la scrivo. Un filo di Arianna, quando la leggo.

D.R. Nei tuoi componimenti non utilizzi il punto tra un paragrafo e un altro. Una scelta di forma?
N.I. Nel corso della mia formazione ho asciugato molto il verso. Ho preferito senza dubbio, dove possibile, la sintesi, la densità nella rarefazione. Il punto fermo è l’unico elemento formale verso il quale mi sono preso qualche licenza. In questo tipo di poesia, e parlo della mia, potrebbe essere ritenuto pleonastico (e così l’ho ritenuto), vista questa ricerca a scarnificare il più possibile.

D.R. A quali progetti di medio lungo termine stai lavorando attualmente?
N.I. Ho un nuovo progetto di poesia. Non sono uno “scrittore seriale”. Mi carico di immagini e di conflittualità della vita reale. Cerco di tradurre tutto questo con le parole che mi sono più congeniali. Posso passare anche parecchio tempo in questa “latenza” creativa. Poi accade un giorno che mi metto a scrivere.

(RIPRODUZIONE RISERVATA D.Ruggeri Settembre 2014)

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