L’eminente dignità di Roberto Bukowski


Libro Roberto Alfatti Appetitidi Dimitri Ruggeri – Questa volta tocca a Bukowski o meglio a Roberto Alfatti Appetiti che ha rilasciato un’intervista, in esclusiva per il progetto Profile, sulla sua ultima pubblicazione dal titolo “Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Charles Bukowski”.

INTERVISTA a cura di Dimitri Ruggeri

D.R. La fama di uno scrittore o un artista in genere si caratterizza per come conduce la sua vita o per le sue opere?
R.A.A. Dovrebbe caratterizzarsi per le sue opere, Bukowski (non solo lui) è ricordato soprattutto per la sua fama di vecchio sporcaccione e ubriacone e il suo volto a volte persino confuso con quello di Mickey Rourke che l’ha interpretato in Barfly. Una fama che, paradossalmente, ha coltivato egli stesso, una corazza con cui andare in guerra contro il sistema letterario americano. Una fama, però, che ha marginalizzato lo scrittore autentico e importante che è stato. Una maschera che gli ha dato la gloria mondiale, sia pure in ritardo, ma che ha tenuto nascosto il grande scrittore che c’era dietro. Il titolo della biografia che ho scritto, Tutti dicono che sono un bastardo (Bietti) è la sintesi di questo paradosso. Aveva fatto di tutto per far credere agli altri che fosse un bastardo, per apparire peggiore di quel che realmente era e alla fine lo scrittore colto, sensibile, politicamente scorretto che era, paradossalmente ne è stato penalizzato.

D.R. Se non fosse stato Bukowski a quale altro poeta ti saresti appassionato tanto?
R.A.A. Sui poeti la penso un po’ come Bukowski, che li disprezzava perché li riteneva molli, ipocriti, finti. Intendiamoci, anche lui è stato un poeta, peraltro molto prolifico, ma fuor di metrica, le sue poesie scivolano con semplicità come brevi racconti, senza retorica, senza rima baciata, senza trucchi. Faccio fatica ad appassionarmi ai poeti, è un mio limite.

D.R. Bukowski che rapporto aveva con la solitudine? Tu sei un solitario?
R.A.A. Bukowski era diventato un solitario per necessità, non per scelta. Lo è diventata dopo, una scelta. Era un emarginato, un tedesco nell’America a cavallo tra il primo e il secondo dopoguerra del Novecento, figuriamoci quanto potessero amarli, i tedeschi. E soprattutto un tedesco che si divertiva un mondo a fingere d’essere nazista, che girava con una croce di ferro e proclamava slogan sulla razza superiore. E poi era povero, il volto devastato dall’alcol, beveva troppo…. Ti giro la domanda: tu l’avresti voluto come amico uno così? Io no, Io non sono un solitario, sono quasi astemio, non gioco ai cavalli e sono persino monogamo. Ma amo Bukowski.

D.R. Sosteneva che il bere è una forma di suicidio che però il giorno dopo ti riporta in vita. Quale era la sottile linea che lo separava tra la vita e la morte e viceversa?
R.A.A.Una linea sottile, hai detto bene. E a difendere quella linea erano gli affetti, l’amore per la figlia Marina e per le poche donne avute al proprio fianco. Bukowski amava la vita e come molti altri scrittori – non solo scrittori, ovviamente – difendeva il suo amore per la vita coltivando il pensiero del suicidio. Lo esorcizzava. Beveva perché amava bere, perché gli piaceva sentirsi ubriaco, gli dava sicurezza, lo aiutava ad affondare gli odiati reading di poesia che faceva solo per soldi, rendeva tutto meno noioso e prevedibile. Ed era una buona scusa per essere se stesso senza doversi giustificare, dopo.

D.R. Elenca, motivando, le tre migliori poesie e quella che si poteva risparmiare.
R.A.A. Te ne dico una sola, invece, che è la più bella: I gemelli. Il padre è appena morto, il padre che lo aveva picchiato centinaia di volte, fino a quando, neanche diciassettenne, il giovane Henry Junior si era ribellato a Henry Senior. Eppure, adesso che s’è andato, il vecchio Hank è davanti allo specchio con indosso l’abito migliore del padre e, in quell’ultimo momento di surreale intimità, si accorge di quanto si assomigliassero, perché tuo padre, per quanto possa essere stronzo, è pur sempre il tuo maestro.

(RIPRODUZIONE RISERVATA D.Ruggeri Settembre 2014)

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