Dario Coletti: lo Sciamanotografo


Cover-IL-FOTOGRAFO-E-LO-SCIAMANO--179x300di Dimitri Ruggeri – La casa editrice Postcart, da sempre attenta al disegno e alla fotografia, ha arricchito il suo catalogo con un’altra pregevole iniziativa editoriale: “Il Fotografo e lo sciamano dialoghi da un metro all’infinito (2013) di Dario Coletti. Il libro, che a ragione può essere sintetizzato già con il suo stesso sottotitolo, è strutturato in diciannove racconti e trentadue fotografie. La pubblicazione, nonostante sia già uscita nel 2013, è stata presentata l’8 Agosto 2014 anche Pescara presso la Libreria K dove ho avuto modo di conoscere l’autore che mi  rilasciato

un’intervista in esclusiva per il progetto Profile su questo portale. Dario Coletti (Roma, 1959), fotografo professionista e vicedirettore dell’Istituto Superiore di Fotografia di Roma dove coordina il Master annuale di fotogiornalismo, collabora con testate giornalistiche nazionali e internazionali.

INTERVISTA a cura di Dimitri Ruggeri

D.R. Come hai pensato di accostare i testi alle fotografie? La sincronia della foto può perdere potenza se accostata alla parola e viceversa? Questa pubblicazione è più sincronica o diacronica?
D.C. L’accostamento di testi a foto è naturale, lo è sempre stato è un luogo comune, una semplificazione affermare o pensare che la fotografia da sola sia sufficiente a esprimere un dato, a raccontare in modo compiuto e veritiero un fatto qualsiasi semplice o complicato che sia, e questo è causato dall’assoluta inattendibilità del mezzo fotografico; la fotografia in sé non è mai una dimostrazione di verità. Per considerare vero quello che vediamo sulla fotografia è possibile solo nel caso che il fotografo che ha prodotto l’immagine attesta la veridicità dei fatti che si sono svolti, una verità mutuata dal suo punto di vista, una sorta di verità personale. Questa veridicità passa attraverso l’uso della didascalia che è un testo che non raccoglie solo data e luogo ma spesso è un piccolo articolo a uso e consumo di chi poi deve coordinare e il lavoro editoriale. La didascalia è un’istruzione per l’uso, è un’indicazione di lettura che il fotografo deve fare; ed è proprio qui che entra in gioco la parola. Nel mio caso l’abbinamento che mi viene naturale è tra la foto mostrata e i retroscena che hanno fatto si che producessi quella foto. Questo può nascere solo da un controllo dagli appunti di cui mi avvalgo. I racconti accostati alle foto sono enormi didascalie, sono flussi di pensieri che realmente hanno percorso la mia mente e la mia persona in alcuni momenti della mia vita quando producevo quello scatto.

D.R. A chi è rivolto questo libro?
D.C. Il libro è rivolto a tutti. Ho tenuto un rapporto fortissimo con i miei lettori e mi sono reso conto, dai numerosi riscontri ricevuti, che lo zoccolo duro del mio libro è composto da donne, fotografi, persone della mia generazione, dai miei ex allievi, dai miei amici. Lucia, ad esempio, mi scrive che legge i miei racconti alle sue piccolissime figlie, un’amica di famiglia – non giovanissima – lo ha letto tutto d’un fiato perché aveva ritenuto le storie avvincenti, infine i diversi protagonisti delle mie storie hanno letto il libro per vedere se avevo mantenuto fede al mio giuramento di fedeltà ai fatti cui avevo assistito etc…
Il libro è rivolto anche e ufficialmente ai miei amici che sono stati i primi a essere informati di questa edizione e sono stati loro cui ho fatto leggere i primi racconti per sapere che cosa ne pensassero. La risposta a questo è chiara perché la prima stampa del libro è terminata e la casa editrice ne ha già in previsione una seconda in cui dovremo impegnarci per apportare alcune integrazioni.

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D.R. Ritieni che un fotografo assomigli a uno sciamano?
D.C. Credo che il fotografo sia veramente una sorta di sciamano contemporaneo cioè una persona che attraverso una strumentazione individuale sviluppa l’abilità di interpretare lo svolgimento degli eventi e di proporre ipotesi per una forma di lettura comprensibile a chi voglia capire il mondo in cui vive. È uno che legge segni appena percettibili. E’ uno che non si rifugia nella comodità della realtà apparente ma che scava in quella latente. È uno che sa perché ha una cultura specifica, ma è anche uno che a contatto con i fatti sviluppa una sorta di sesto senso che è un miscuglio di sapere, sensibilità e capacità di percezione. È uno in grado di comprendere la complessità di ciò che lo circonda e che, attraverso la lettura di dati, segni, indizi, simboli ed evidenze presenti in un determinato luogo e momento, svela gli inganni di quella che indichiamo ingenuamente, con il termine di verità.

D.R. Pensi che la fotografia faccia apparire bello anche ciò che è brutto? Se si “il brutto” può a volte coincidere con “il bello”?
D.C. Nella rappresentazione grafica non esiste il brutto in quanto il brutto rappresenta ciò che non è armonioso, ciò che allontana e che si rifiuta di essere letto, ma dove c’è un’attenzione compositiva il brutto non ha spazio. Ciò che è veramente brutto, a volte, sono i temi che si rappresentano: la guerra, il disagio economico, la malattia e altro ancora. Tuttavia anche eventi disgraziati attraverso il buon ministero del fotografo diventano belli e la bellezza nella rappresentazione delle cose orribili ha il compito di non far allontanare il lettore da immagini scomode e a comunicare una lettura critica dell’evento rappresentato. La fotografia quando tratta di cose brutte ha il ruolo di avvicinare il lettore alla visione dei fatti per generare in lui, attraverso il senso critico, un allontanamento da comportamenti negativi e allo stesso tempo favorire una reazione personale e collettiva che sfoci in una reazione positiva in grado di contrastare l’evento negativo. La fotografia usa il bello come cavallo di Troia per favorire comportamenti virtuosi. In una condizione specifica potremmo analizzare più nel dettaglio quanto l’orrore sia attrattivo, quanto la contemplazione della morte altrui attiri lo sguardo: che natura abbia questo tipo di morbosità che non ci fa abbassare lo sguardo quando si parla di torture, violenze su esseri inermi, morte.

D.R. Cosa ti fa amare e cosa ti fa odiare la fotografia?
D.C. Quello che mi fa amare la fotografia è la sinteticità con cui è in grado di comunicare l’emozione presente nella realtà quotidiana, quanto riesce a rendere evidenti cose nascoste, la sua semplicità d’uso, la sua democrazia. Ciò che non apprezzo della sua natura è la sua incompletezza, il fatto che abbia la necessità di chiedere aiuto, se non vuole essere troppo descrittiva e didascalica, a altre forme narrative più nobili, il fatto che la sua semplicità d’uso dia l’illusione che essere fotografi corrisponda al concetto di possedere una fotocamera, il fatto che per un errore di nascita debba confrontarsi con il mondo dell’arte in modo subalterno generando in chi pratica questa disciplina un’aspirazione a diventare artisti e non fotografi.

D.R. Ritieni che oggi la fotografia, con i nuovi sistemi digitali, si stia banalizzando e semplificando?
D.C. Collegare la grandezza e la miseria di questo genere narrativo a un fatto tecnico è un pensiero troppo semplice, un luogo comune, uno di quei ragionamenti che assieme al concetto che non ci sono più le stagioni di una volta può essere un buon argomento per vincere l’imbarazzo di un passaggio in ascensore con uno sconosciuto. Ciò che conta nell’espressione in qualsiasi campo è la complessità del pensiero di chi opera. Una fotocamera in mano a una persona senza un progetto, senza un pensiero, è solo materia informe e inutile o magari solo utile a generare delle foto carine sul proprio cane, su un albero o sul nipotino. Il progetto fa la differenza tra un fotografo e un possessore di fotocamera. Un fotografo con uno smartphone è in grado di raccontare in modo compiuto un determinato fatto. La tecnologia ci dà solo grandi opportunità di semplificare il lavoro, di poterlo diffondere più velocemente, di poterlo condividere in tempo reale con chi vogliamo ma non sviluppa in se un senso narrativo.

D.R. Qual è il tuo poeta, scrittore e artista di riferimento?
D.C. Il mio rapporto con la letteratura è nato assieme a me, credo che mia madre e mia nonna paterna mi raccontassero storie e fiabe quando ancora non ero cosciente. Ho sempre letto tutto avidamente, anche i biglietti dell’autobus; ho iniziato a leggere da bambino e da ragazzo poi i romanzi di Salgari e Verne. Durante l’adolescenza avevo degli idoli incrollabili come Pavese, Vittorini, Steinbeck.
La ricerca di qualcuno che mi indicasse delle strade culturali e politiche era dettata da una sorta di immaturità, alla fine di questo tempo ho iniziato ad amare in modo critico e oggi mi appassiono agli autori che hanno seguito nella loro vita un determinato filone che è più vicino alla mia ricerca umana. Penso al senso di Giustizia o al concetto di Libertà, sentimenti complessi che oggi mi portano vicino a personalità come Pasolini, Camus, Brodskij, Cvetaeva e ancora altri tra quelli che hanno dedicato la loro vita al pensiero critico all’amore per la verità, la giustizia, la libertà.
Una galleria parziale dei miei autori preferiti è proprio nel libro “Il fotografo e lo sciamano dialoghi da un metro all’infinito”. Quest’ attività è stata l’occasione di mettermi alla prova proprio su un terreno che era stata la mia passione di sempre. È un libro dove a una foto corrisponde qualche pagina di un diario che tengo ogni qualvolta mi allontano per lavoro, e così il gioco è stato quello di far collaborare le foto con i testi sotto la supervisione proprio di uno o più grandi autori per ogni racconto. I diciannove racconti che compongono la raccolta sono preceduti da una citazione di poche righe di qualcosa che ha ispirato al tempo il mio lavoro o che dopo mi ha indicato veramente che cosa intendevo dire con quel ragionamento. Ogni racconto incornicia una foto che ha un riferimento diretto con la pagina del diario. La difficoltà nel produrre questo lavoro è stata quella di prendere queste pagine di diario e sfrondare tutto quello che risultava inutile o dannoso ai fini della comunicazione, quello di cercare di riportare solo le cose certe quelle cose che da un confronto tra ciò che scrivevo e ciò che fotografavo erano coerenti tra di loro. L’ho fatto con dedizione e attenzione. Quest’atteggiamento maniacale nell’individuazione della verità sparsa all’interno dei miei appunti e dei miei ricordi è stato il mio modo per rendere omaggio a quella che so essere la forma originale e più potente del passaggio d’informazioni e sapere: il racconto.
(RIPRODUZIONE RISERVATA – D. RUGGERI 2014)

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