Viaggio nella Luna III puntata: L’invenzione del montaggio



Rubrica di racconti e dialoghi di fantasia sulla storia e sulle tecniche e le tecnologie del cinema di Serena Calabrese

– Venite Amici, venite! – gridava Georges. I Lumière giungevano alla Star Film col pensiero del marinaio che sa da dove viene ma non sa mai, esattamente, dove arriva.
– Che faccio, tiro fuori la bottiglia? – chiese Louis al fratello, accostandosi al suo orecchio.
– Ma che bisbigli a fare?
– Ma che fa?
– Chi?
– Georges!
– Allora Amici, guardate qua: che vedete?
– Una suora con un bambino in braccio – rispose Auguste.
– Bene. E cos’è?
– Che vuol dire? L’ho detto!
– E quindi?
– Quindi che? Sono due pupazzetti incollati insieme, una suora con un bambino in braccio, l’ha già detto lui – ribadì Louis. L’avrebbe fatto con stizza se non fosse stato stanco di dover interpretare fatti e discorsi.
– Esatto! Una suora con un bambino in braccio, null’altro.
– Comincia a darmi seriamente sui nervi – disse Louis al fratello, accostandosi al suo orecchio.
– Oggi ti va di bisbigliare.
– Ora guardate: vicino a questa scena metto questa donna che poggia il cesto in terra. Nel cesto c’è lo stesso bambino. Il viso è sempre approssimativo ma la fasciatura bianca basta a farci riconoscere lo stesso bambino della prima scena.
– E quindi, Georges? – domandò Auguste.
– E quindi, questa è una storia. La storia breve e non dettagliata ma chiara del bambino abbandonato dalla madre e trovato dalla suora. La nostra mente arriva persino a dedurre che i fatti della seconda scena sono antecedenti alla prima. Qualcuno con più fantasia, però, potrebbe anche supporre che la suora abbandona l’infante e la donna lo trova. Chi può dire come stiano le cose nella mente del narratore.
– Certo, è proprio brutta.
– La storia? – domandò Georges.
– No no, la suora – rispose Louis.
Georges rise fragorosamente.
– Poco male: nella storia non serve sia bella. Fin qui, tutto è regolare: l’ho fatto in tanti film, il racconto a quadri, a stazioni, che lo chiamino come diavolo vogliono.
– Il montaggio, no? Lo aveva detto che ne avrebbe parlato – spiegò Louis al fratello maggiore.
– Sì ma il montaggio non è necessario per fare una storia – osservò Auguste.
– Infatti. Ho pensato che questi quadri dati dai pupazzi non servono a gran che per il nostro discorso. Mi correggo: servono a introdurlo, che non è poco. I personaggi, con un po’ di fantasia e di abilità tecnica teatrale, possono andare e venire nella stessa inquadratura. Questo basta per una storia.
– E allora? – chiese Louis attendendo delucidazioni.
– Beh, ormai li avevo fatti.
– Che? – chiese sempre Louis.
– I pupazzetti!
– Merde! – concluse Louis, che cominciava a riprendere vigore polemico. Ma a Georges non importava gran che di indisporre i due fratelli, e riprese a parlare con disinvoltura:
– Il montaggio diventa linguaggio, lo è diventato. Ma è anche magia. “Escamotage d’une dame chez Robert-Houdin”, il primo trucco cinematografico di montaggio. E la donna scompare; e la donna riappare! Un genio chi l’ha fatto.
– L’hai fatto tu – precisò Louis.
– Merde!, appunto. Un’illusione resa possibile dal montaggio.
– Le illusioni sono rese possibili da un sacco di cose. Tu lo sai. Sei un illusionista.
– Sì ma qui parliamo di cinema.
Auguste sorrise.
– In “La nascita di una nazione” ecco teorizzati gli elementi alla base del, udite udite!, linguaggio cinematografico: inquadratura, scena, sequenza. Come a dire: sintagma, frase e periodo. Devo dire: bravo anche lui.
– Lui? – domandò Louis.
– Ma David Llewelyn Wark Griffith! Lumière!
Louis si era ripreso dalla sua condizione di sfinitezza e dichiarò: – Ma certo, Georges!
– Ci chiedevamo perché non lo avessi nominato – spiegò Auguste.
– Perché ritenevo sapeste chi fosse. E, dopo un attimo di incertezza, la mia supposizione è stata confermata.
Louis sbuffò, Auguste rise, Louis sorrise.
– Il montaggio classico, diffuso dal 1917 circa fino agli anni ’60: parliamo di cinema della trasparenza.
– Lo sappiamo, Georges – fece Louis.
– Il montaggio classico è un po’ come l’aria: c’è ma è come se non te ne accorgessi. Se ci rifletti, però, ti accorgi che respiri. Si raccordano le inquadrature in modo che lo spettatore non ne sia cosciente. In tal maniera, la visione scivola, sembra quasi non richiedere una sforzo di “lettura”. Diviene più immediata l’immedesimazione, si segue a cuor leggero (o a cuor pesante, dipende dal film) la storia.

– Lo sappiamo, Georges! – fecero Louis e Auguste.
– Ah, la visione dello spettatore semplice, che non “analizza”! Bella cosa, chi ce l’ha! I raccordi: connessioni tra inquadrature. Se mostro un personaggio nell’atto di guardare e poi mostro, nell’inquadratura successiva, un cavallo, ecco il nesso: il personaggio guarda un cavallo. Ah, gli antichi Greci sarebbero andati matti per il cinema!
– Sì, penso anch’io Georges – disse Auguste.
– Questo trucco… Il mio trucco… Mi dà pensiero.
– Perché? – chiese Louis.
– La donna… La donna! Ma il vino? – domandò Georges dopo un pensiero di qualche secondo.
– Eccolo, eccolo! – fece Louis con soddisfazione, tirando fuori la bottiglia, che era stata già aperta la volta precedente, dalla sacca.
– Bene. La mettiamo in cantina.
– Che? – fecero i fratelli.
– La cantina! Venite, Amici!
Georges mostrò ai due fratelli la “cantina”: in uno scaffale di legno che non sembrava un vero scaffale, ma un oggetto di scenografia che doveva darne l’idea, erano sistemati i cappelli del Congresso degli Astronomi di “Viaggio nella Luna” (1902). Ci volle un po’ per riconoscerli, con le basi a favore di pubblico che sembravano le bocche aperte di grosse carpe.
– Metti il vino nel primo cappello, Louis! Sul primo ripiano!
– Ma beviamolo! È aperto! – disse il Lumière più giovane, con impazienza aspersa di ovvietà.
– Suvvia, è ben chiuso? Non è il momento. C’è un momento per il vino.

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