pop&travel: L’india che non ti aspetti


pop&travel, la nuova rubrica di POPact dedicata al viaggio, vi propone un reportage dall’India curato dalla giornalista e scrittrice Elisa Scaringi
Partire per la prima volta per l’India significa provare un certo timore.
Non si sa quali saranno le reazioni del corpo e della mente alla vista di un qualcosa di così profondamente diverso dal nostro. Eppure ciò che colpisce, fin dalla prima boccata d’aria, è il profumo di un paese ancora intatto. Si rimane inebriati, anche se non si è ancora visto nulla.

Ed è forse questo il fascino più grande dell’India: saper evocare i suoi colori solo attraverso una folata di quegli odori così forti e così affascinanti. Le strade si trasformano allora in documentari viventi, dove tutto parla di una vita, viva e povera allo stesso tempo, fatta di cose semplici, ormai lontane dalle nostre strade occidentali. I marciapiedi ricoperti di frutta, dove donne e uomini mostrano la loro merce migliore; i carretti delle vivande, che ricordano i tempi antichi di una comunità viva; i barbieri con lo specchio attaccato ad un muro, che lavorano per le strade incuranti degli scatti dei turisti; le mucche, nere e smunte, che rievocano la sacralità del popolo indiano; le docce a cielo aperto, fatte di un secchio e di un sapone che non provano vergogna; i camion dalle fantasie più eccentriche, sui quali la scritta Horn Please invita a suonare quel clacson che sa animare anche i turisti più stanchi; le donne dal volto bellissimo, i cui colori sono il simbolo di un popolo esuberante; i cammelli mansueti lungo le strade, dove qualsiasi mezzo di trasporto è ammesso; le case fatte di mattoni, dove la porta è ancora aperta.

Ma l’India è anche il paese di ricchezze artistiche meravigliose che conserva gelosamente, negli angoli più nascosti delle sue strade. Si dischiudono come scrigni segreti, protetti da quelle decine di venditori ambulanti che sanno lasciarti senza fiato, ma che ti divertono per la loro spontaneità. Senza accorgertene hai acquistato le cose più inutili. Non ricordi né come né quanto, ma la tua borsa alla fine del viaggio sarà così piena da scoppiare. Guarda, ad esempio, Abhaneri, che ti accoglie con la sua festosa povertà e ti regala il palazzo-pozzo, un complesso dal fascino irresistibile che mai ti saresti aspettato dietro un cancello nell’entroterra più sperduto. La gente più comune ti accoglie nel suo nulla, e apre la porta di una casa dai colori i più vivaci possibili. Si mette al lavoro e ti mostra la sua abilità. Dove due minuti prima aleggiavano nell’aria noia e mosche, d’improvviso si anima una comunità che comincia a fare bicchieri in argilla, che si aggiungeranno alle migliaia accatastate nel cortile di casa, a cucinare i cibi più strani, dove riconoscerne gli ingredienti è davvero impossibile, a venderti qualsiasi cosa, pur di parlare un po’ con lo straniero, a guardarti con occhi curiosi, di chi vede la stessa gente da troppo tempo.

L’India è il paese dei grandi contrasti. Dentro la calma di una paese dalle antiche tradizioni. Fuori l’entusiasmo di una nazione in crescita. Sopra i grandi alberghi di lusso all’occidentale . Sotto la gente comune all’indiana. Nell’animo una non violenza dalle radici profonde. Al di fuori una vivacità travolgente. Ne è dimostrazione il Taj Mahal, simbolo di un’India non più povera, ma capace di mostrare la propria magia. Perché trasformare il proprio amore verso una donna in un mausoleo dalla bellezza accecante significa fare dei propri sentimenti una realtà maestosa, dove il bianco della natura conserva lo spirito puro di un passato che non è poi così lontano.

Visitando anche una sola piccola parte del continente indiano, ti accorgi che tutto ciò che non ti saresti mai aspettato è davanti ai tuoi occhi. E puoi solo innamorartene a prima vista. L’India dei libri e dei documentari salta fuori dalla finzione e sa inebriarti con i suoi odori colorati. Prendi ad esempio Delhi, la città dall’eleganza anglosassone, con i suoi giardini all’inglese che sanno mescolarsi perfettamente con il colore di una pelle arsa dal sole, a volte molto cocente. L’eredità della colonizzazione non ha intaccato infatti quello spirito indiano, capace ancora di entrare in un tempio a piedi scalzi. La natura è parte integrante di una cultura che fa della mescolanza fra uomini, animali e terra, la realizzazione di quello spirito religioso così mansueto e lento all’ira, dove mille religioni convivono insieme senza che l’una intacchi in qualche modo l’altra. Ecco allora, da un lato il tempio Sikh Gurdwara Bangla Sahib, ricco di odori, di colori, di gesti, di volti, di preghiere, di rispetto, di vita, e dall’altro il grande complesso Qutab Minar, il cui monumentale minareto parla, in silenzio, di un tempo antico e glorioso. Sullo sfondo il Raj Gath, il luogo della cremazione di Gandhi, che evoca nella memoria di chiunque la parola non violenza, l’ideale di giustizia, il coraggio della parola. Egli è divenuto il simbolo di quello spirito di civiltà che ancora oggi vive nell’anima indiana: quello spirito di rispetto verso la natura, di gentilezza verso l’uomo, di intelligenza verso gli animali.

E guarda anche a Jaipur, la città dei colori. Il rosa, elegantemente femmineo, delle antiche mura ed il giallo, cocente e distante, del Forte di Amber, così maestoso e così timido in lontananza. Arrivarci sopra ad un elefante sa condurti ai tempi de Le mille e una notte, quando la fantasia trasformava i sogni più nascosti di una donna. Quel giallo così intenso nasconde i colori di sete, tappeti e pietre preziose. Quei gradini così alti, simbolo di veri uomini robusti, conducono a quella dolcezza femminile che non ti aspetti, nelle linee inaspettate e nei simboli ricorrenti. Simboli che segnano con forza Fatehpur Sikri, la città abbandonata dove convivono cristianesimo, induismo e islamismo. Le stanze delle donne parlano, nella loro semplicità artistica, di quei dettagli così insignificanti che sanno farci conoscere uno spirito anche senza averlo conosciuto. A Fatehpur Sikri è il silenzio a raccontare la favola di una città ancora perfettamente intatta, dove un albero solitario in mezzo all’arenaria sa comunicare il fasto di un tempo oramai troppo lontano. Sembra di sentire ancora le voci di uomini e donne, i profumi di sete e cuscini, i segreti di cuori e pensieri.

riproduzione riservata – courtesy of Elisa Scaringi

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