L’angolo di Elisa una finestra sul mondo: Quer pasticciaccio del Pendolare, ovvero l’odissea di chi trova lavoro a Roma


Ore 6.15. La sveglia suona presto stamattina.Oggi ci sarà (l’ennesimo) sciopero dei mezzi pubblici a Roma e non voglio far tardi al lavoro.Ore 8.30-12.30: a rischio bus e metro. Oggi scioperano alcuni sindacati. L’altra settimana altri.

Avranno risolto qualcosa? Non credo, visto questa nuova mobilitazione.

Avrà un senso fare uno sciopero a settimana?
E poi: sarà lecito?) Ogni mattina la vita da pendolare diventa sempre più faticosa.

E senza un contratto fisso mi chiedo se abbia senso arrivare sul posto di lavoro già stanca. Si fa sempre più concreta l’idea di lasciare il paese delle complicazioni per un luogo dove il lavoro sia un diritto, e non una meta da raggiungere dopo aver scalato la montagna dello studio, la salita degli spostamenti con i mezzi pubblici, il dirupo della raccomandazione.

Ore 7.00. Esco di casa a piedi per raggiungere la stazione di Bagni di Tivoli.

Ore 7.17. Arriva il treno delle 7.02 in ritardo. Già i primi sentori di una battaglia appena agli inizi. Non provo nemmeno ad entrare. La gente corre in banchina alla ricerca di uno spazio vuoto tra le porte, mentre il capotreno fischia più volte per chiuderle.

Ore 7.25. Arriva il treno delle 7.21. Per fortuna non è pieno. Riesco a sedermi, ma solo dopo aver superato il ribrezzo di sedili lerci. Ci sono buchi, ci sono macchie, ci sono pedate. E i riscaldamenti non funzionano. Apro il giornale. E cerco di riscaldarmi rannicchiate dentro la giacca. (Mentre scorro le notizie una ad una mi chiedo se le discussioni politiche siano effettivamente fondate sui miei di interessi. Il più delle volte si tratta di semplici parole, che purtroppo non nascono dall’esperienza di vita delle gente normale.)

Ore 8.07. arrivo finalmente alla stazione Tiburtina. Bisogna scendere due a due, stando attenti a non farsi schiacciare dal portellone che si richiude immediatamente. La prendiamo a ridere. (Ma ci sarebbe da piangere.)

Ore 8.11. Arrivo in banchina. Metro B. ore 8.13. Il display annuncia: prossimo treno 3 minuti. E la banchina è già piena dei passeggeri del mio treno. Arriva la metro, ma è impossibile salire: troppo piena. Le porte fanno fatica a chiudersi. Per fortuna ne segue un’altra.

Arrivo a Termini. Mi incammino sotto fili penzolanti e mura scrostate, stando bene attenta ad evitare qualsiasi rischio. Purtroppo la gente è talmente tanta, e il passaggio talmente stretto, che il più delle volte devo procedere a passo d’uomo. (I lavori durano ormai da parecchio tempo. Mi domando se qualche filo o lampadina mi dovesse cadere in testa e ferirmi, poi chi pagherebbe? Non sarebbe stato più logico chiudere un pezzo alla volta e riaprirlo nuovo di zecca, invece di farci camminare tra la polvere, i buchi rattoppati e la puzza di bruciato?)

Ore 8.25. Banchina direzione Battistini. Non riesco ad accedere. La gente occupa anche lo spazio sotto le scale mobili. Provo a farmi spazio per arrivare il più vicino possibile alla linea gialla. Sembra una partita di box, e non un viaggio tranquillo verso il posto di lavoro. Intanto l’ultima metro è partita da Anagnina. Passa un treno, ma la situazione è grottescamente tragica. Si aprono le porte. Nessuno esce ma molti entrano.  Dopo un po’ di contestazioni il treno riparte. Io sono sempre allo stesso posto. Sento i capelli della signora avanti a me entrarmi nelle narici. Mi manca il respiro. Arriva un altro treno, dopo ben 4 minuti (secondo il display). La situazione peggiora. La contestazione si trasforma in urla di protesta, ma nessuno ci ascolterà. Pochi escono e alcuni entrano. Si chiudono a fatica le parole. Intanto mi faccio avanti di qualche passo. Guardo l’orologio: sono già le 8.45. a quest’ora volevo essere a lavorare. Passano altri 4 minuti (sempre secondo il display). La situazione peggiora. Riesco a raggiungere la linea gialla. Il treno a fatica riesce a partire anche stavolta, dopo le solite urla di farsi più avanti. Intanto la banchina non si svuota. Ed ora ci sono anche molti turisti. Cosa penseranno di noi? Nemmeno gli animali si trattano in questo modo. Mi viene da piangere: il prossimo treno sarà tra 4 minuti (ma il display funziona?). Sono le 9.00 e il mio orario di lavoro inizia ora. Non posso chiamare per avvertire. Intanto la voce dell’altoparlante annuncia che l’ultimo treno disponibile per Battistini è a S. Giovanni.

Ultimo treno disponibile in direzione Battistini è a Manzoni”.

Ultimo treno disponibile in direzione è in arrivo”.

Non posso salire. È troppo pieno. Le porte si aprono. Mi sento sollevata da due maree. Da un lato chi dietro di me vuole entrare. Dall’altro chi davanti a me vuole scendere. Riesco ad entrare, trasportata da gomitate e spintoni. Sono in bilico sulle punte dei piedi. Scarpe straniere sorreggono i miei talloni, mentre la ragazza al mio fianco poggia la sua borsa sul mio braccio. Sento mancarmi il respiro: un gomito mi spinge sullo stomaco. Il macchinista chiude le porte. Finalmente. E per fortuna. In banchina rimangono centinaia di persone. Che faranno?

Ore 9.30. Baldo degli Ubaldi. Arrivo finalmente in ufficio. Mi fanno male le gambe e la schiena. Eppure sono sveglia da appena tre ore. Non oso immaginare il viaggio di ritorno. Lo sciopero finirà alle 12.30, ma il servizio riprenderà alle ore 14.00.

Ore 13.30. Il mio turno è finito. Ho dovuto recuperare la mezz’ora persa sulla metropolitana. Ora si riparte. Decido di andare alla stazione di Valle Aurelia a piedi. La metro riaprirà alle ore 14.00 (se riaprirà puntuale). Passo davanti ad una fila abbastanza lunga di gente che attende l’apertura dei cancelli.

Ore 13.53. Treno per Roma Trastevere. Puntualissimo arriva. E fortunatissima mi siedo.

Ore 14.02. Arrivo a Roma Trastevere. Tra poco dovrò prendere un altro treno.

Ore 14.10. Arriva il treno per Roma Tiburtina. Anche stavolta mi siedo.

Ore 14.28. Arrivo a Roma Tiburtina. Purtroppo devo passare per lo spiazzo esterno. Sono al binario 1 e il mio treno partirà dal binario 23.

Ore 14.43. Il treno per Bagni di Tivoli è in partenza.

Ore 15.15. Finalmente a casa.

di Elisa Scaringi


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