INTERVISTA AD ANTONIO MARRAS



Bianca rondine silente di e con Antonio Marras liberamente tratto dal romanzo “Nessuno doveva sapere, nessuno doveva sentire” di Giovanna Mulas

Adattamento drammaturgico e regia: Antonio Marras
Oggettivazione esterna e voce fuori campo: Silvano Vargiu
Video sceneggiatura: Antonio Marras

Patrocinio della Città di Roma – Una produzione Cantieri d’Arte Teatro della Chimera e DuosCoros soc. Coop Sociale Onlus, Silvano Vargiu.

Biografia.
Antonio Marras, è nato il 23 novembre 1965 a Lugula, Lula, un piccolo paese della provincia di Nuoro dove attualmente vive e lavora presso il comune. Personaggio poliedrico, opera nel campo della cultura e del sociale. È attore, regista e autore di teatro, che propone ed utilizza fondamentalmente come strumento di impegno civile e di riscatto sociale. Attualmente è presidente e coodirettore artistico dell’Associazione Culturale “Cantieri d’Arte – Teatro della Chimera”, nome di chiara ispirazione Campaniana. Nel campo del sociale è fra l’altro l’ispiratore, il fondatore e direttore della Cooperativa Sociale DuasCor DuosCoros, che si occupa di interventi di recupero, valorizzazione ed integrazione di soggetti portatori di disagio, attraverso l’ergoterapia (utilizzo del lavoro come setting terapeutico). Nel 2010 ha pubblicato per l’edizione di Albatros D’Amoreedidolore , sua opera prima  composta da testi poetici elaborati nel periodo dal 2000 al 2008.

Nota di regia.
Quando Giovanna (Mulas), dopo aver assistito ad una replica del mio monologo Pretas, mi chiese di lavorare a questo suo nuovo racconto per trarne una pièce teatrale, il momento particolare della vita che attraversavo non ammetteva tregua. Non il fisico ne la mente a concedermi pace e silenzio, energie tali da poter affrontare il percorso di ricerca introspettiva utile alla scrittura del lavoro drammaturgico.
Certo, la lettura del testo mi aveva affascinato, ma esistevano una serie di problemi, oggettivi e soggettivi, da affrontare. Difficoltà legate alla complessità di trasformare il delicato quanto seducente linguaggio letterario di Giovanna, in azione teatrale; non fosse altro perché, come a lei è congeniale, ancora una volta aveva deciso di parlare al femminile, con personaggi femminili che si intrecciano nel racconto e partoriscono sardità; e magia creano, quella magia che, come la stessa Giovanna afferma, mai muore se non nel pudore di uno sguardo straniero. Passarono alcuni mesi e venne il periodo in cui spesso sentivo e incontravo Annamaria. Era il tempo in cui condividevo la preparazione al suo viaggio dell’infinito vagare; e mi visitava in sogno, mi parlava, mi indicava le strade possibili da percorrere finché raggiunsi la meta, mentre la sua valigia era colma e il giusto tempo era maturo per la sua  dispedida a questo mondo …
Ne scaturì, una proposta dove il linguaggio teatrale incontra quello un po’ cinematografico e cerca intrecci di magia affrontando la luce di simboli che avevo dimenticato e di cui avevo smarrito le giuste chiavi, quelle necessarie per aprire le finte porte dei miei viaggi nel tempo.
Nella scena un uomo, un personaggio che racconta questa storia, la storia che narra il concepimento e la nascita, la vita di una donna che sarà la nuova Acabadora. Figura tra mito e leggenda della cultura sarda, forse inflazionata in tempi di necessità che si parli di eutanasia. Di questo personaggio è infatti noto ai più, solo per il compito di acabare, finire appunto, concedere, donare la morte a malati terminali.  Io, proprio per questo,  aggiungo anche sminuita o quantomeno sottovalutata, non fosse altro perchè queste figure ricoprivano un posto speciale nella vita dei nostri grandi padri; donne – sciamano in realtà e sacerdotesse, custodi della vita che portavano sulla terra; ma anche esperte di medicina e della pratica del corpo e dello spirito.

… ma forse non sarei qui. Qui non saremmo se non, ancora una volta, per amore dell’amore, dell’arte, della poesia e della vita …

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