LA COMUNICAZIONE IN FOTOGRAFIA


del prof. Enrico Maddalena

Cosa c’è veramente in una fotografia? Cos’è una fotografia?

Per semplificare, mi riferisco alla classica fotografia su carta. I concetti che esporrò valgono altrettanto per le proiezioni di immagini a schermo dove il supporto è un telo bianco o il monitor di un computer o dell’apparecchio televisivo.

Unica differenza è che, sulla carta, l’immagine è permanente, e dura all’incirca quanto il supporto. Su schermo, le immagini si susseguono e vi permangono per tempi brevi. In tutti i casi, perché l’immagine sia visibile, è necessario un supporto fisico.

PRIMO LIVELLO

Per prima cosa quindi,  la fotografia è un oggetto, un rettangolo di carta che possiamo prendere in mano o appendere al muro, che ha una forma, un peso, che è fatto di un certo materiale, ne più né meno dei tanti oggetti che ci circondano. Può essere rettangolare o quadrata, di carta o di cartoncino, a superficie lucida o matt, di piccole o di grandi dimensioni  (su di uno schermo, acquisisce le caratteristiche di superficie del supporto, può essere più o meno luminosa e più o meno grande).

SECONDO LIVELLO

Una fotografia rappresenta qualcosa. Osservando una immagine fotografica, quasi sempre vi riconosciamo ciò che era davanti all’obiettivo nell’istante dello scatto. Si tratta sempre di una informazione limitata, ben diversa da quella che ha avuto il fotografo che era fisicamente presente e che ha potuto muoversi osservando quel qualcosa da diversi punti di vista e attraverso tutti i sensi. Di una rosa, ad esempio, il fotografo ne percepisce anche il profumo, può toccarla sentendo la morbidezza dei petali. Chi ne osserva la fotografia, la vede da un solo punto di vista e ne percepisce le caratteristiche visuali e basta.

Una fotografia ci dà quindi una informazione materiale limitata della cosa fotografata.

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TERZO LIVELLO

Nell’immagine fotografica, quel qualcosa che era davanti all’obiettivo è stato ripreso in un certo modo dal fotografo. Per restare nell’esempio di prima, la rosa può essere stata ripresa assieme alle altre piante del giardino, oppure può essere stata isolata mediante una inquadratura ravvicinata e/o una limitata profondità di campo che ne ha cancellato lo sfondo. Può essere stata ripresa dall’alto per mostrarne l’intreccio dei petali, o dal basso per farla apparire slanciata verso lo sfondo del cielo. L’immagine della rosa può essere a colori o in bianco e nero. Può essere contrastata o morbida. L’uso di un filtro rosso può aver esaltato la luminosità dei petali facendoli risaltare contro le sagome scure delle foglie. Un filtro flou può aver reso vaporosi i contorni dei petali e così via.

In altre parole, attraverso le sue scelte, il fotografo ci mostra non tanto quella rosa, ma ciò che lui ha sentito nell’osservare quella rosa. A noi sembra di vedere quel fiore. In effetti ciò che realmente vediamo è l’idea che di quel fiore ha avuto il fotografo.

Il vero contenuto di una fotografia è quindi l’idea dell’autore. La fotografia è un segno che veicola una comunicazione.  E per giungere a quell’idea, occorre analizzarne le scelte tecniche e compositive.

Per poter “leggere” quella comunicazione, occorre conoscere il linguaggio fotografico.

È un po’ come per la scrittura. Le lettere che compongono una frase sono segni di inchiostro tracciati su di un supporto.

Lo scorso anno avevo a scuola un ragazzo cinese. Un ragazzo in gamba, con una voglia di imparare che raramente ho riscontrato in altri ragazzi. Prendeva appunti in cinese. Guardando quei segni, non vi vedevo altro che delle strane configurazioni, piacevoli alla vista, ma non potevo cogliervi altro. Di fronte a quella scrittura di cui non conoscevo il codice, ero un perfetto analfabeta.

Così è anche per la Fotografia. Se non ne conosciamo il linguaggio, possiamo al più leggervi l’informazione materiale, riconoscervi cioè ciò che era davanti all’obiettivo quando il fotografo ha scattato. Ma ne perdiamo il significato comunicativo.

I contenuti della comunicazione possono essere i più diversi. È come per i testi letterari. Diverso è un testo narrativo da un saggio filosofico, da una poesia o dal verbale di una riunione di condominio.

A proposito di condominio. Molti anni fa ho fatto per un anno l’amministratore nel palazzo in cui abitavo. C’era un condomino, di quelli picciosi, che mi scriveva continuamente lettere che mi procuravano il mal di testa. Erano scritte così male, che con grande fatica (e non sempre) riuscivo a capire cosa voleva dirmi.

Anche nella fotografia, se il messaggio passa dall’emittente (il fotografo) al ricevente (chi osserva la foto), dipende sia dalle capacità di lettura di quest’ultimo, sia dalle capacità di scrittura del primo.

Così accade che molti autori si lamentino di non essere stati capiti, adducendone la colpa esclusivamente al lettore. A questo proposito, ricordo che da ragazzo già appassionato di fotografia, venivo invitato da un amico di mio padre a vedere i suoi scatti. Mi mostrava i suoi lavori con entusiasmo, raccontandomi della bellezza di quei paesaggi e della maestosità di quei tramonti. Lo ascoltavo con rispetto. Però quelle foto erano assolutamente banali e non raccontavano nulla. Solo al suo autore rammentavano quelle esperienze vissute. Non erano in grado però di comunicarle ad altri.

Da un altro canto, ci si rende conto spesso che molti osservatori di immagini fotografiche si fermino all’informazione materiale. Non vedono nella Fotografia un segno che veicola una comunicazione (che può anche essere banale), ma vi vedono “lo specchio” di una realtà, una sua “impronta”. E da questa realtà si lasciano trasportare. Finiscono così per “leggere” in se stessi  fermandosi alle sensazioni emotive ed alle riflessioni che quella realtà evoca in loro.

Intendiamoci, è legittimo anche un tal tipo di approccio. Ma se ci si ferma a questo, si  nega il valore comunicativo della Fotografia che viene ad assumere tanti significati quanti sono coloro che la osservano. Significati spesso molto diversi ed addirittura opposti fra loro.

Il fotografo allora assume il semplice ruolo di artigiano, che sa far funzionare la macchina la quale altro non fa che prendere un “calco” di ciò che è davanti all’obiettivo.

In una serie di incontri sull’educazione all’immagine di molti anni fa, una insegnante mi disse che era presuntuoso ritenere di poter arrivare a capire cosa girava nella testa del fotografo quando scattava una foto. Una foto di un paesaggio è un paesaggio e basta.

Le risposi che non era cosa facile certamente, ma non era nemmeno impossibile. “D’altra parte lei, quando legge una poesia o un brano della Divina Commedia, è sicura di penetrare appieno il pensiero dell’Autore?”.

Il fatto è che la Scuola si occupa da sempre del linguaggio letterario ed anche di quello artistico-pittorico. Ignora però completamente il linguaggio “dell’immagine tecnica”.

Edito da:
redazione.popact


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