MARE NERO. NERO COME NEGRO


Gianni Paris - Mare Nero Riceviamo e pubblichiamo una recensione di Greta Cipriani sul Libro Mare Nero dello scrittore Gianni Paris.
Il successo del libro al momento si è consolidato con più di quarantamila copie vendute.“Il suo romanzo è a sé, un libro che riunisce in un’esperienza circoscritta un dolore che non ha nome specifico, e che si dimentica persino del luogo e dell’anno, per rendersi condivisibile a tutti” […]

Sono le tre del pomeriggio. Apro un quotidiano nazionale.
Titti e Hadengai, due dei superstiti eritrei sbarcati qualche settimana fa a Lampedusa, ora sono sotto osservazione presso l’ospedale Cervello di Palermo. Sono sbarcati assieme ad altri tre sopravvissuti, dopo un viaggio estenuante di ventuno giorni, in un gommone sepolcrale.

Sbarro gli occhi. Mi ricordo del libro Mare nero.

Leggo il racconto dei superstiti. Ho dei flashback continui. Telefono subito a Gianni: “Sembra sia apparsa una notizia presa apposta dal tuo libro!”.. Lui non sembra avere il mio stupore. E’ normale. Chissà quante storie ha impresse nella memoria. Riattacco il ricevitore e penso a Mare nero.

Nero come “negro”.

Volendo trovare un’area geografica che risponda benissimo alle esigenze di condivisione culturale del termine appena citato, potrei dire genericamente Africa.

Nero dunque, come appartenente ai popoli, alle etnìe di pelle scura. Il romanzo di Gianni Paris ha come soggetti uomini, donne, bambini di pelle scura, marocchini, algerini, somali, eritrei, etiopi, “una sparuta minoranza di tunisini ed egiziani”, i quali affrontano un viaggio interminabile verso la loro meta dei sogni preferita: l’Italia. Sembra che il luogo di salpaggio privilegiato per chi voglia affrontare la traversata sia la Libia. In questo romanzo Gianni non scava tanto nelle culture dei popoli presi singolarmente, quanto invece mette in risalto la comunanza di tutte le culture, riunite di fronte ad un mare che annulla le differenze. Anche la lingua scelta per comunicare è l’arabo, per tutti indistintamente. Non avremo pagine di natura squisitamente antropologica, bensì pagine che prendono spunto da racconti tradizionali, nelle quali ogni riferimento antropologico è funzionale a ciò che si sta narrando. E’ un’opera del presente, più che del passato e del futuro. Di fronte al mare, al pericolo di un mare che può travolgere intere vite, la propria storia, i gesti personali non esistono più. Il presente è il viaggio, giorno dopo giorno, senza più le spalle di un passato e nemmeno il ventre di un futuro sicuro.

Nero allora come catastrofe, sofferenza. Il colore nero ha sempre rappresentato in tutte le culture antiche, il simbolo del buio e della morte. Pensiamo ai romanzi di Grazia Deledda ad esempio, dove le tinte scure, buie, cupe e tenebrose segnalano l’approssimarsi di sciagure e catastrofi. Il romanzo di Gianni si svolge soprattutto di notte. Pochi sono i momenti in cui il sole viene a rigenerare la pelle, e quando il sole arriva è un sole che annulla le forze.

Nero come domani senza futuro, luce spezzata.. Il narratore qui non risolve le incertezze, non ci propone un lieto fine. Non vuole affatto parlare dell’accoglienza, degli espedienti giornalieri di un popolo che lotta per la sopravvivenza. Gianni pone l’accento più sulla tragedia, che si consuma tutta in poche settimane, dispensandosi dal fare riferimenti sull’attuale situazione politica italiana. Allora il nero è il punto interrogativo di una non pronunciata accoglienza.

In questo abisso poi, l’unica evidenza è quella del dolore che non conosce confini, nel quale tutti possono ritrovarsi. Allora il mare “negro” diventa il mare “nostrum”, il mare di tutti noi lettori, che ci immedesimiamo nei personaggi e ne condividiamo la sofferenza. Ciò che mi viene in mente quando leggo il romanzo di Gianni è un’alta dose di umanità. Il viaggio non è solo viaggio di sopravvivenza fisica, è anche viaggio di sopravvivenza mentale, etica, spirituale. E’ un viaggio in cui ognuno viene messo di fronte alle proprie debolezze. Tutti possono scoprirsi carnefici oppure vittime della rinuncia. Lo stesso tono è confidenziale. Il romanzo infatti è in prima persona e tutto ciò che viene descritto è una testimonianza diretta di ciò che accade, senza mediazioni. Chi lo legge si sente immediatamente immerso nel fondo della propria vita e della propria coscienza. Qui il deterioramento dell’anima è conseguenza del deterioramento corporale. La preghiera diventa allora una forma collettiva di sopravvivenza e i corpi che muoiono, gettati in mare sembrano vittime sacrificali, uccise da una cattiva sorte.

Basti pensare che “nero” significa pure “fecondità”. Nell’antico Egitto e nell’Africa del nord le dee considerate simbolo di fertilità erano coperte di vesti scure. Il nero dunque era il colore della terra fertile, delle nubi gonfie di pioggia e richiamava alla mente anche le profondità dell’abisso, associate spesso a Nettuno, Dio del mare, a cui venivano sacrificati tori neri. C’è un legame dunque fra sacralità, sacrificio, nascita e morte.

Gianni Paris sa abilmente suggerire nella mente del lettore tutti questi temi, senza troppo scavarne le radici. La sua scrittura è feconda di immagini sensoriali e al tempo stesso essenziale. Lascia intendere attraverso l’evidenza. Il suo modo di presentare i personaggi, gli eventi, lo discosta da quel tipo di scrittura associata alla “letteratura della migrazione”. Il suo romanzo è a sé, un libro che riunisce in un’esperienza circoscritta un dolore che non ha nome specifico, e che si dimentica persino del luogo e dell’anno, per rendersi condivisibile a tutti.
Autore: Greta Cipriani

Edit: http://www.popact.info/

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