CRONACHE IN TEMPO REALE


articolo30-7 di Carlo Costantin

 Il festival di Pescara Jazz si propone quest’anno in una veste particolarmente “colorita”, vista la presenza di musicisti di identificazione fra loro molto diversificata, per le origini o per il percorso intrapreso negli anni, evidenziando le numerose ed autentiche sfaccettature di valore che il termine Jazz, al giorno d’oggi, può mostrare.

La prima serata viene aperta da un duo di musicisti italiani: il popolarissimo Franco D’Andrea al pianoforte e la nuova, giovanissima (classe 1989) star del panorama nazionale: il sassofonista Francesco Cafiso. Il ragazzo parte con un assolo: suono morbido e voluttuoso, per una Ornithology in Eb.
Rivela subito un pronunciato senso dello swing unito ad un fraseggio fluido, anche se a tratti estenuante. Presenti eminenti pattern della versione orginale di Parker, che il pubblico accoglie calorosamente con continui e fragorosi applausi. Franco D’andrea è il solito: molto stile, grande misuratezza, sempre gradevole nell’ascolto. Si continua con Blue Monk, un blues medium in Bb.
Il fraseggio adesso è un po’ più bluesy, sicuramente meno originale ma di notevole impatto. Altrettanto bluesy anche D’Andrea, che continua poi con un Just Friends – medium up – sicuramente brillante, con il suo solista sempre impeccabile, che addirittura nel solo richiama anche il tema di Billie’s Bounce.
Di sicuro già completo, oggi come oggi, come capacità tecnico-stilistiche, non ci si può non chiedere cosa diventerà il tredicenne Francesco Cafiso quando si affrancherà dalla riproposizione, per quanto pregevole, di patterns e di citazioni, considerando che già sin d’ora qualsiasi recensione non può trattenersi dal valutarlo alla stregua di qualsiasi “big” che calchi il palco di un festival di rilievo.
La performance include, tra i molti “tunes” eseguitI, anche Like Someone in Love, la bellissima ballad che illumina una calda ed afosa serata pescarese: Cafiso si misura con un repertorio sicuramente vario e completo, dal fast in stile bop puro al blues, al medium di Tin Pan Alley, fino alla ballad classica, mettendo in mostra, oltre alle ottime doti tecnico stilistiche, uno squisito drive con la capacità di spostarsi agevolmente dall’anticipo al delicatissimo ritardo, unita alla facoltà di passare sempre altrettanto elegantemente da un fraseggio più spigoloso e serrato, ad un “tocco” più morbido ed accattivante. Nella lunga e continua carrellata di standard, c’è spazio anche per un rapidisso (per il tempo di esecuzione) Have You Met Miss Jones ed un sempre gradito Take the A Train, di Duke Ellington.
Conclusione a sorpresa con una performance in quartetto, presi in prestito il batterista ed il contrabbassista dell’Orchestra di Wynton Marsalis, tra l’altro incredibilmente bravi e morbidi nei continui cambi di tempo dalla scansione ternaria (di partenza – motivo : footprints ) a quella quaternaria.

Seconda Parte : Wynton Marsalis e la Lyncoln Center Jazz Orchestra .
Wynton Marsalis è un grande, appartenente ad una famiglia di tutti musicisti affermati, a partire dal padre, il pianista Ellis Marsalis e continuando con gli altri due fratelli, il più popolare Branford Marsalis, sax, e Jason, giovanissimo “esordiente”, qualche anno fa, alla batteria. E ovviamente il trombettista conferma appieno il suo stile “conservatore” nelle composizioni originali e nei relativi arrangiamenti, rivelandosi altrettanto straordinario come solista, puro nello stile ed incisivo nello swing.
Apre la performance con “Dreamin’ on a washboard”, un original, per continuare, nel secondo pezzo, con un prolungato e trascinante intro della batteria, molto groovy come il tema, accativante alla maniera di Charles Mingus, evidente ispiratore, insieme a Duke Ellington, della sua musica nei temi e negli arrangiamenti. Indiscutibile, tuttavia, la forte autenticità di stile come connotazione più importante dell’ensemble, nonostante gli omaggi della serata presentati ai due grandi del passato. Da segnalare poi la performance a fine concerto dello stesso Wynton Marsalis, unitamente ad alcuni membri dell’orchestra, ora in duo solo con la batteria, ora in quartetto assieme a pianoforte e contrabbasso, ora con l’aggiunta di un altro sassofonista: forse per loro un semplice “divertissement”, ma capace di entusiasmare il pubblico rimasto numerosissimo ad ascoltare questo fuori programma a dir poco preziosissimo.

Seconda serata: è la volta degli Oregon, e l’inizio è folgorante, pieno di energia e di verve. L’atmosfera è ai limiti (o forse oltre ?) della fusion. L’ensemble è costituito da polistrumentisti, ed il pianista-chitarrista mostra subito una enorme carica: suo il secondo pezzo suonato, il bellissimo “Yet to be”. Il solo che propone è devastante, la ritmica viene supportata da un batterista eccezionale sulle poliritmie, sempre molto aperto nello stile.
I motivi sono sempre decisamente gradevoli, con un eccellente groove e con un sound tanto energico, a volte, quanto delicato e raffinato in altre situazioni. Ai limiti del modernismo e dell’eclettismo, l’atmosfera che gli Oregon sono capaci di riproporre è quella delle grandi occasioni, rovinata nella fattispecie unicamente dalle intemperie climatiche. Mai spigolosi nelle improvvisazioni, niente linee out, ma tanta melodia nei richiami etnici di alcune delle composizioni, tutti “original”.
L’uso dei sinth ben si mescola ai continui ritorni allo swing più deciso e più puro, come anche nelle felici incursioni verso temi prossimi al pop. Il pubblico è prima stregato, poi sorpreso con un importantissimo momento di improvvisazione pura, dove i fiati e le percussioni (un vero talento il batterista) si intrecciano esibendo, da principio, uno strabiliante effetto “natura” (udibili le sincere “voci” della foresta) fatto di suoni, echi, e brividi onomatopeici. La seconda parte di questa “improvisation”, così presentata dal contrabbassista, ritorna invece su un canovaccio più “consueto” e dotato di effettiva linea tematico – armonica, ma ugualmente piena di brio e di carica, con la quale i musicisti salutano il pubblico.

“Il punto di vista di questo pezzo non è necessariamente quello dei musicisti di questa band o degli organizzatori di questo festival”: queste le parole con cui Carla Bley ha aperto la seconda parte della seconda serata del Pescara Jazz , introducendo la sua big band con una primissima composizione nella più classica della sua tradizione: bluesy, ironica, con più accenni, distanziati l’uno dal’altro, all’inno nazionale americano, poi sostenuti spazi improvvisativi a più solisti (compreso il bassista Steve Swallow, in uno scambio di ruoli con il pianoforte a segnare la linea di basso), alternando momenti di orchestrazione quasi classica, ad immediati ritorni al groove iniziale. Decisamente concettuale l’impostazione degli arrangiamenti, come introdotto, del resto, dalle parole della stessa autrice, fatto di contrapposizioni ironiche ed intelligenti, mai brusche o forzate.

“Now we’re gonna play a piece about cars, traffic, and fast driving”: parole eccezionalmente veritiere, per una seconda composizione originalmente sorprendente (anche se, ripeto, nel rispetto più totale di uno stile “Batterie Woman” o di “Le Fleure Carnivore”) e fedele all’intento di serrare il ritmo ed estenuare l’ascoltatore, confermando la sua visione “funzionale” dell’organico con una musicalità, comunque, sempre brillante e ad effetto: un easy listening dove una nota suonata di troppo sarebbe una rottura in termini concettuali con l’idea di partenza.

Terza Serata: apre il Wayne Shorter Quartet, e nella sua formazione è presente, fra gli altri, Brian Blade, uno dei 4 – 5 batteristi di maggior talento attualmente in circolazione. La progettualità dell’ensemble è ai limiti del modernismo e dell’avanguarde, con armonie destrutturate e fraseggi frammentati, come al solito (per il Wayne Shorter degli ultimi anni) di difficile accesso per l’ascoltatore, con una visione musicale frutto di un’evoluzione personale ormai ben distante da quel filone discendente dall’esperienza (ed eredità) davisiana. La rivoluzione-evoluzione di Shorter è comunque prevalentemente strutturale: vengono sovvertiti (se non letteralmente sciolti) gli usuali equilibri “sezione ritmica” – “solista” (John Patitucci è al contrabasso), i canoni tematici ed improvvisativi vengono fusi assieme in uno stream continuo assolutamente lontano da qualsiasi idea di free jazz, data comunuque la presenza di vistosi arrangiamenti. Particolare tecnico: Brian Blade adotta un timpano (16” ) come cassa, in quello che difficilmente può essere definito come un semplice accompagnamento. L’approccio con il pubblico è sicuramente ostico, ma vi è la consapevolezza di trovarsi di fronte ad una performance ai confini della modernità della storia del Jazz, ed è così che le vere intenzioni degli organizzatori, profuse in un programma apparentemente ed effettivamente eterogeneo, pian piano si disvelano a fronte di una evidente visione omnicomprensiva e trasversale del panorama jazzistico attuale.
Footprints, forse il pezzo più conosciuto di Wayne Shorter, da sempre e di diritto uno dei grandi classici della storia del Jazz, emerge all’interno di una destrutturazione massiccia di tutto l’impianto ritmico armonico di questo come di tutti i tunes proposti. E così anche gli altri temi, accennati ed inseriti in costruzioni “a sorpresa”. Bis, in chiusura, con Ju-Ju, sapientemente “nascosto” anch’esso in arragiamenti criptici.

Di tutt’altro tenore il secondo appuntamento della serata, con Joe Zawinul ed il suo Sindacate. Un tempo “compagno d’avventura” di Wayne Shorter nell’esperienza dei Weather Report, il filone che adesso presenta si pone distante anni luce dalla performance che lo ha appena preceduto. Le sue tastiere la fanno da padrone, con sonorità e timbri estremamente incisivi e ad effetto, uniti a ripetuti riff di chitarra e basso che ben si mescolano alla ritmica forsennata di batteria e percussione. Il pubblico apprezza, e si lascia infervorare dal ritmo trascinante: il teatro D’Annunzio è strapieno, e le “incursioni” vocali del tastierista austriaco, insieme al bravissimo percussionista, aggiungono ancor più colore ad una fusion con persistenti elementi tribal, lasciando sicuramente molto poco di una idea originaria di jazz, ma estremamente carica di energia e con un sound sempre molto pieno.

Ultima serata: comincia il Marcus Miller M2, una formazione di 6 elementi con tromba, sax, batteria chitarra e basso. Protagonista da subito lo slap inconfondibile di Miller, a seguire un primo omaggio, a Miles Davis, riproponendo in nuovissime vesti un grande classico del 1959: So What, (George Russel, in proseguimento di serata, farà addirittura suonare alla sua orchestra, all’interno di una sua composizione, una significativa parte del solo storico dello stesso Miles Davis nella versione originale di Kind of Blue), su cui il chitarrista offre uno strumento acustico con accurdatura modale (aperta) e slide, con ritmica funky e tastiere ad effetto a coronare il tutto. Si prosegue con “This Moment”, e l’omaggio stavolta è a John Coltrane, con il trombettista che, durante il suo spazio di solo, giustappone anche una citazione a quel “My favorite things” (Rodgers-Hammerstein) tanto caro allo stesso Coltrane. Più in generale si può affermare che anche questa volta il Pescara Jazz travalica ampiamente gli ordinari canoni della tradizionale musica afroamericana, proponendo un importantissimo esponente dell’evoluzione del jazz verso gli altri generi musicali contemporanei. Ampi, tra l’altro, gli spazi in cui il bassista rimane solo con la ritmica di un instancabile e serratissimo batterista, facendo così della sua capacità improvvisativa (graditissima al pubblico giunto numeroso anche in occasione dell’ultima serata al D’Annunzio) il tema centrale della serata, con gli altri strumenti a fare per di più da cornice. Ultimo pezzo, prima del bis, un interminabile “Amazing grace”, dove, dopo una prima inevitabile intro su basso, il leader Marcus Miller imbraccia prima il clarinetto basso, per poi duettare al sax contralto con l’altra ancia del gruppo, inserendo, ennesima citazione della serata, un accenno anche a Someday My Prince Will Come.
Il saluto all’eccitatissimo pubblico va con la sua “Tutu”, con, ultime citazioni della serata, i richiami di Softly (as a Morning Sunrise) e It Ain’t Necessarily So (con eco della chitarra).
Ultimissimo appuntamento della serata del festival: George Russel Living Time Orchestra. Semplicemente indescrivibile ed inrecensibile , un gradino sopra tutto e tutti , è una sorpresa (vecchia ottant’anni) che assolutamente non va svelata a chi avrà ancora la fortuna di vederlo dal vivo .
(Articolo di repertorio anno 2002)

Edit: http://www.popact.info/

——————————————————————————–

Articoli correlati | Organizza un evento con POPact | Iscriviti alla newsletter


  • Eventi in moviemento

ISCRIVITI a POPact channel Gallery Events
Video Art
Interview
Trailer

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...