MODI’, LA LEGGENDA DI MONTPARNASSE


Modi - I-colori dell'anima, img by Roberto Falco

Jeanne - "quando conoscerò la tua anima dipingerò i tuoi occhi" tratto dal film di Mick Davis con Andy Garcia: I colori dell'anima - Modigliani

Era un aristocratico. La sua opera intera ne è la testimonianza più possente. La grossolanità, la banalità, la volgarità ne sono escluse (Maurice de Vlaminck)

Da quando arriva a Parigi nel 1906 Modì è incapace di fare a meno di lei.
Di vivere lontano da Mont-parnasse e dai suoi boulevard e caffè, e dalle donne. Dagli amici: da Maurice Utrillo al russo Chaìm Soutine soprannominato “il cencio che cammina”, i due compagni di pennello e di sbornia più frequentati, a Severini, Jules Pascin, Moise Kisling, lo scultore Lipchitz, Apollinaire, Max Jacob, Salmon Zborowski, Lunia Czechowska.

Dice di lui Maurice de Vlaminck:
Ho ben conosciuto Modigliani; ‘ho conosciuto affamato, l’ho visto ubriaco e l’ho visto abbastanza ricco.
Mai l’ho visto mancare di grandezza …
Mai ho sorpreso in lui il minimo sentimento basso… Ora che tutto è imbellettato e azzimato, ora che si crede di poter sorpassare la vita, dove tutto è super, da supertassa a surrealismo, alcune parole perdono il loro vero senso . lo non so più usare le parole arte, artista. Ma supponiamo per un istante che questa parola riprenda il suo colore, il suo senso, il suo sesso … Allora Modigliani era un grande artista
“.

Il CASO MODIGLIANI
Eppure, malgrado i due volumi che gli ha dedicato la figlia Jeanne (Modigliani senza leggenda e il successivo Jeanne Modigliani racconta Modigliani), una biografia di Modigliani che sia fino in fondo realistica è pressocché impossibile. Mancano soprattutto le prove: i documenti. Inoltre la cronaca diretta di allora, per quanto importante per capire la psicologia e lo stile di vita del personaggio, non riesce a essere sufficientemente attendibile per garantire un’obiettività al “caso Modigliani”.

Di fatto è proprio il suo eccentrismo, la sua stessa personalità entusiasmante e disperata insieme, irrequieta e contraddittoria, a creare un alone di mistero intorno a lui. A far sì che la tendenza generale sia quella di enfatizzarne la figura all’interno di una cornice falsamente scintillante di follia. Tra i racconti di una vertiginosa Ville Lumière, la meravigliosa e sconvolta capitale del primo ventennio del XX secolo.

Modigliani giunge a Parigi nel 1906, quando “Renoir e Cézanne, superata l’esperienza impressionista hanno dato inizio alla pittura del Novecento. La Francia ha messo in vetrina Toulouse-Lautrec e Gauguin, Seurat, Van Gogh. Il doganiere Rousseau è ancora da scoprire ed esibisce un bi¬glietto da visita dove si legge artista pittore copista al Louvre. Il Salon d’Automne del 1905 ha tenuto a battesimo i fauves.

Con la Joie de vivre Matisse ha superato il conflitto cézanniano fra il segno e il volume e ha tuffato nel Mediterraneo l’espressionismo tedesco. Con i suoi colori puri, Modigliani ha voltato le spalle al realismo. L’isle joyeuse di Debussy è del 1904. Parigi sta tornando all’àqe d’or, al tempo della felicità, sia pure letteraria. Parigi ha ormai deciso di non smontare più la Tour Eiffel costruita per l’Esposizione mondiale del 1889 e che Lorenzo Viani, più tardi, definirà “una mostruosa siringa che buca il cielo” (Aldo Santini).

Modigliani sfiora tutto ciò, e con drammaticità coglie le complesse componenti culturali, le mille sfaccettature umane e artistiche, la modernità, la trasgressività di questa Parigi dove a tutti i costi ha voluto trasferirsi. Scegliendo dopo solo tre anni dal suo arrivo di passare sulle rive gauche, a Montparnasse, il quartiere più ricco di boites e di pittori, di poeti, di fantasia. Prendendo immediatamente ad esempio le forme pure e dense di materia di Cézanne. Tenendo sempre ben presenti i suoi riferimenti italiani, da Tino di Camaino a Simone Martini, da Botticelli a Tiziano. Leggendo e traducendo il mistero degli antichi, degli egizi, nella sintesi di un’arte più che erudita intuitiva, calda e ieratica, sensitiva e concreta, vibrante di emozioni. Attento alla dinamica artistica orientale che gli serve per apprendere nuovi modelli espressivi ma soprattutto per proseguire nell’individuazione dei propri pensieri, dei propri sogni, delle proprie suggestioni.

Attratto dalla cultura, fruga e indaga nell’arte primitiva, negra in particolare; viene affascinato dalla semplicità primigenia, dalle forme essenziali intagliate nella rozza pietra del rumeno Brancusi.

LA FIGURA UMANA
Ma Modigliani è e vuole rimanere un isolato. In quegli anni favolosi sfreccia di fianco a nomi come Picasso e Braque, Matisse, a eventi rivoluzionari, sconvolgimenti artistici come il cubismo o il futurismo senza prenderne parte, senza lasciarsi coinvolgere fino in fondo da nient’altro che dalla propria personale avventura.

Quello che gli interessa è fondamentalmente la ricerca e la rappresentazione della figura umana.

Ben pochi sono i suoi paesaggi, si contano sulle dita di una mano, e oltretutto si chiacchiera molto sulla lite che prende il via da una discussione sull’argomento con Diego Rivera: “Il paesaggio è tutto, non lo dimenticare!”, gli grida il pittore messicano; “il paesaggio non esiste”, è tassativo Modigliani.

Modì disegna, dipinge nudi febbrili e brucianti di luce, ritratti intensi e profondi, struggenti com’è lui, che riflettono la sua ansietà di vivere, i suoi interrogativi privi di risposta.

Dice di lui Léopold Survage del gruppo della Rosa azzurra:

Psicologo nato, perspicace e sottile, Modigliani aveva trovato la sua vera strada nel ritratto. Decifrava il carattere delle persone che posavano per lui con grande esattezza e rapidità. Sottolineava ed esagerava le caratteristiche principali mettendole bene in evidenza, mentre nel soggetto erano nascoste dalla sovrapposizione dei tratti secondari e accessori”. E prosegue: “Lavorava rapido perché il suo lavoro era preceduto da una approfondita riflessione. Il suo istinto di psicologo lo induceva a fare prima di tutto un’inchiesta sotto forma di conversazione sul carattere del modello, e questo richiedeva un tempo più o meno lungo. Ma una volta presa la decisione, concepito il suo ritratto, lavorava di getto“.

BUTTTALE NEL FOSSO
Sono centinaia le opere di Modì tra disegni e gouache, dipinti, sculture. Ma di queste, ultime, pur tanto amate, ce ne lascia solo poco più di venti, sparse nel mondo in musei e collezioni private, ed eseguite fra il 1911 e il 1913. Resta il mistero di quelle altre sculture in pietra nate e scomparse a Livorno nell’estate del 1909.

Leggenda vuole che dopo aver chiesto agli amici un locale e delle pietre (di quelle usate per lastricare la strada) e aver lavorato per giorni e notti, Dedo finisse, spinto dagli stessi “beceri” compagni livornesi, a buttare le sculture nel canale lì vicino, il fosso Reale. A sostegno di questa tesi, Jeanne Modigliani riporta nella sua ultima biografia sul padre le parole di un testimone livornese: “Da quel giorno ch’ebbe lo stanzone e le pietre ci sparì sotto gli occhi e non lo si rivide per qualche tempo. Cosa poi combinasse in quello stanzone con quelle pietre, nessuno di noi lo seppe mai. Mai ci portò lassù, mai si vide lo stanzone e mai le pietre. Chissà cosa almanaccò in quei giorni. Ma certo qualcosa deve aver combinato. Perché, quando decise di tornare a Parigi, ci chiese dove avrebbe potuto sistemare quelle sue sculture che erano rimaste nello stanzone. Esistevano dunque? E chi lo sa? Modigliani le portò con sé, oppure seguì il nostro amichevole consiglio. Gli si rispose infatti concordemente: buttale nel fosso”.

Niente di certo insomma, solo e unicamente delle supposizioni. Ma da queste supposizioni nasce un’altra leggenda, il mito che dopo più di settant’anni queste fantomatiche sculture, di cui nessuno sa niente di preciso, esistano davvero. Siano ancora lì, dentro il fosso vicino ai mercati generali, ancora intatte, possibili da recuperare. Questa volta la cronaca, “il giallo a tre teste” come è stato intitolato, la beffa, sono di ieri: nel luglio del 1984 si draga il canale e si pescano quelle che forse un po’ con troppa fretta vengono entusiasticamente riconosciute come le sculture eseguite dall’artista nell’estate del 1909. Ben presto però l’amara verità: false tutte e tre, una è opera di tre ragazzi burloni e di un trapano elettrico (“Buttiamocela noi, così trovano qualcosa!”, e dopo aver recuperato un sasso, con davanti la fotografia di una testa scolpita da Modigliani, si danno da fare a lavorare per due giorni), le altre due sono opera di un portuale.

Molti errori, troppa faciloneria, eccessivo sarcasmo.
Tanto spettacolo.
Chissà come avrebbe reagito Modigliani vedendosi messo a nudo e in ridicolo dall’irriverenza dei nostri anni? Probabilmente non avrebbe fatto niente di più di quello che già era abituato a fare.
Modì sapeva che cosa significava essere provocatori e fragili nello stesso tempo.
È sempre stato consapevole di quello a cui andava incontro.

http://www.popact.info

Bibliografia Fabbri Editori

Edito da: Roberto Falco


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5 thoughts on “MODI’, LA LEGGENDA DI MONTPARNASSE

  1. “”Quando conoscerò la tua anima potrò disegnare i tuoi occhi””
    (Amedeo Modigliani).
    Ho appena finito di vedere Il film “i colori dell’anima”.
    E’ semplicemente stupendo.

    I sentimenti forti ma veri, come siete voi artisti, reale espressione di voi
    stessi, del vostro essere, della vostra genialità e sregolatezza, senza
    compromessi e condizionamenti. Liberi nella vostra arte.
    Davvero Bello!!!
    Maria

  2. Are there anymore artists’ like Modi’ left on this planet? Is anyone free to live by the heart and soul today? Or does society and economic pressure block man from BEING true to himself??? Mankind is suffering oppression – especially artists’. Thank You, Roberto! Nice article.

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