IL CANDIDO MISTERO DI MIRO’


part. di un suonatore di liuto

Roberto Falco: "Riflesso di un suonatore di liuto" (part.), 1994 - incisione in cavo

Ha ben detto Jacques Dupin che la diversità di Miro sta nell’essere “un distratto attento, un sognatore sveglio“.

Eppure la vita di Joan Miro, se confrontata con la sua opera, con l’impeto passionale e immaginifico delle sue storie, è di una semplicità che quasi sconcerta.
Non esistono su di lui grandi aneddoti, non si parla di scandali, di passioni e trasgressioni che non siano legati al suo lavoro e all’amore per la sua terra, la Catalogna.

Non esistono episodi che abbiano fatto talmente scalpore da annoverarlo tra i pittori e i poeti maudits. Per un lungo periodo si affianca a Breton e ai surrealisti, a Tristan Tzara e al movimento dada (“Il nome di dada” scriverà Breton su Litérature “ha il vantaggio di essere perfettamente equivoco. Dada è uno stato d’animo. Non c’è verità dada. Non si ha che da pronunciare una frase perché il suo contrario diventi dada. Dada ti combatte col tuo stesso ragionamento”). Ma anche questo seguire surrealista, questo forse troppo raccontato coinvolgimento dadaista è in Miro pacato e autonomo, non scende mai a patti con le regole formalmente più chiassose, ideologicamente più rivoluzionarie dei due movimenti. La sua personalità discreta, ma al contempo ferma alla realtà a cui senza clamore intensamente partecipa, si confronta con i fatti attraverso un’attività frenetica ma coerente, nata da colori e da figure che con sapienza passano dalla gioia del fantastico alla crudeltà del contorno più netto, alla tragedia del mostruoso, metafora di guerra e di ingiustizia, di sangue.

Autoritratto Joan Miro

Joan Miro - Autoritratto

L’arte di Joan Miro che si circonda di silenzi e di solitudine, di misteri e di giochi, in sostanza non è altro che la naturale verità di un uomo che insegue, accondiscende ed esaspera, aggredisce e inventa, riflette l’esistenza.Con la propria grande creatività, unita ad un’incontestabile modestia, nell’esaltazione del sogno come nella lucidità della disperazione, Miro esorcizza il male e insieme, forse, preserva anche se stesso dall’indagine più profonda del dolore.

UN’ARTE LUCIDA E ORDINATA

La sua arte, anche quando appare più astratta, quando a prima vista sembrerebbe un complicato rebus da risolvere, ha invece la proprietà di essere sempre concepita secondo schemi lucidi e ordinati. E al proposito è divertente apprendere dai suoi biografi e amici più intimi che, sia sul fronte del lavoro che in quello più domestico e quotidiano, casalingo, l’ordine di Miro era considerato davvero maniacale. Quasi “sovversivo” se confrontato con il ricercato e leggendario caos che obbligatoriamente aleggiava intorno agli artisti che avevano invaso Parigi a quei tempi. Il suo atelier parigino è di una pulizia che passa addirittura per esagerata, con il tavolo di lavoro sempre lindo, matite, gomme, temperini e ogni altro strumento del mestiere meticolosamente sistemati sempre lì al solito posto, i pennelli sempre lavati, ogni lavoro etichettato, datato, catalogato e sistemato in apposite cartelle, tutte le tele allineate secondo un ordine stabilito che solo lui conosce ed è in grado di cambiare.

Così il suo abbigliamento, anche quando sarà più raffinato – tipiche le ghette bianche e il monocolo – non ha mai l’intenzione di risultare eccentrico, di dettar moda o altro. Miro non ama i travestimenti. E da buon catalano, malgrado per tutta la vita continui a sognare, resta saldamente legato a quei tenaci ideali di giustizia e libertà che a costo di essere pagati col sangue non abbandonano la sua patria.

Anche per questo non ama essere considerato solamente un pittore spagnolo: “Il carattere catalano non assomiglia a quello di Malaqa o di altre parti della Spagna. E molto attaccato alla terra. Noi altri catalani pensiamo che bisogna avere i piedi solidamente piantati nel terreno, se si vuole saltar su verso il cielo. Il fatto che io ridiscendo sulla terra di tanto in tanto, mi permette di saltare più in alto poi”.

L’AMORE PER LA SUA TERRA

Miro coordina il tempo della propria esistenza con rigida disciplina. E scrupoloso. Suddivide le giornate a seconda dei compiti e dei doveri che deve svolgere: c’è l’ora per la passeggiata e quella per il lavoro, quella per la lettura e quella per la famiglia. Montroig lo rassicura e gli dà quel senso di naturalezza che non abbandonerà mai più. Scrive, ancora agli esordi: “Al momento di lavorare a un paesaggio comincio coll’amarlo, di quell’amore che è figlio della lenta comprensione… Felicità di giungere nel paesaggio alla comprensione di un filo d’erba – perché disdegnarlo? quel filo d’erba bello come l’albero o la montagna.

Ad eccezione dei Primitivi o dei giapponesi nessuno veramente si è chinato su questa cosa veramente divina”. Ed è così che si porta a Parigi un pugno d’erba raccolto a Montroig per poter finire di dipingere la sua Fattoria.

Avanti negli anni, tra il 1920 e il 1930, prosegue a scrivere: “Riesco ad evadere nell’assoluto della natura e i miei paesaggi non hanno nulla a che fare con la realtà esterna. E tuttavia sono più montroighesi che se fossero stati fatti dal vero. Lavoro sempre in casa: la natura per me non è che un punto di riferimento … “. E ancora: “Mi rendo conto di seguire una strada pericolosa, e confesso che spesso mi prende il panico, quel panico del viaggiatore che percorre vie inesplorate, ma subito reagisco, grazie alla disciplina e alla severità con cui lavoro, e allora la fiducia e l’ottimismo tornano a darmi la carica”.

IL MOMENTO SURREALISTA

Non riesce a dar retta a nessun dogma. Ma le allettanti proposte estetiche portate avanti da Breton e compagni, la liberazione dalla tradizione, l’esaltazione per il meraviglioso, l’idea di un oggetto surrealista costruito rapinando alla realtà immediata soltanto pochi elementi scelti e presi qua e là (ed ecco la Danzatrice spagnola: nient’altro che una piuma trafitta da uno spillone da cappello), rappresentano per Miro un deterrente intellettuale troppo appagante per non attirare la sua fantasia. D’altro canto il richiamo incessante alla razionalità, il lavoro metodico e abitudinario, il continuo contatto con la natura catalana, una progettualità artistica che non riesce a fare a meno di un tracciato geometrico dove ogni segno si inserisce attraverso un calcolo studiato nei minimi particolari, vivono in contraddizione con le teorie surrealiste basate sul predominio dell’inconscio. Va bene l’immaginazione al potere, ma affrontata con molta più cautela di quella portata avanti ad oltranza e con spettacolarità dagli amici surrealisti!

Al libero gioco del Cadavere eccellente (la compilazione di frasi e figure eseguite su una serie di carte che si susseguono alla cieca tra i partecipanti, senza che nessuno possa vedere “la parte” inventata da chi lo precede), Miro preferisce l’elaborata trascrizione di metafore raffinate che non perdono mai il riscontro con il reale e che si tramuteranno prima e durante la guerra civile spagnola e il secondo conflitto mondiale in agghiaccianti metamorfosi, tragiche premonizioni e violente cronache di morte.

All’ostentata rivolta dei Dada, al sarcastico disincanto dei surrealisti, Miro risponde con un’affermazione “l’assassinio della pittura” – che potrebbe suonare paradossale se non si tenesse conto della sua innata polemica verso un’arte che non tiene conto dei valori estetici più spontanei e naturali. Una crisi che Miro manifesta di nuovo apertamente con una dichiarazione rilasciata a Tériade per l’ Intransigeant: “La pittura è in decadenza dall’età delle caverne”.

È il 1930. Tériade, che è anche il fondatore della rivista Verve, pubblica contemporaneamente su Cahiers d’Art un articolo che in poche righe sintetizza la reazione della giovane pittura nei confronti degli stessi movimenti innovatori, come il cubismo, che già hanno rivoltato il mondo artistico: “L’alito impercettibile dell’Oriente captato dalle onde musicali di Kandinskij e di Klee, l’apporto liberamente immaginativo, rigonfio di aspra poesia di Chagall, attraversarono in sordina le frontiere fino allora chiuse di Parigi e s’infiltrarono pazientemente, non senza una certa astuzia, fra gli interessi pittorici in quei giovani i quali non trovavano provvisoriamente in se stessi nessuna inclinazione per il sapore segreto delle costruzioni cubiste. Essi subirono peraltro quell’influenza imperiosa senza conoscerne profondamente l’origine. E poiché volevano esprimere senza indugio la loro esuberanza poetica, disdegnarono il lirismo autenticamente misterioso, quasi vivente, che emana dall’uomo e dal pittore nella creazione di Picasso, di Braque o di Matisse, per il mistero facile, quasi sempre fabbricato con elementi radunati in fretta, in qualunque posto, in qualunque modo, e unicamente adorno di un disarmante candore”. E tra questi, il “candido mistero” di joan Miro, temerario contadino catalano e arguto giocatore parigino. Inventore di segni, di sogni, di largo respiro internazionale.

http://www.popact.info

Bibliografia Fabbri Editori

Special thanks to Roberto Falco.


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2 thoughts on “IL CANDIDO MISTERO DI MIRO’

  1. Per me Mirò era la grande libertà… in un certo senso era assolutamente perfetto. Mirò non poteva segnare un punto senza segnarlo giusto. Era così veramente pittore che gli bastava lasciar cadere tre macchie di colore sulla tela perchè essa cominciasse ad esistere, e fosse un quadro

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