L’ANGOLO DI ELISA. UNA FINESTRA SUL MONDO: LA DIVERSITA’ COME CONOSCENZA


pezzetti di cielo - Enrico Maddalena Leggendo questo articolo di Elisa mi viene in mente l’opera di chi attraverso quella che Paulo Freire definiva “Coscientizzazione” arriva all’essenza del sè sia dell’oppresso, sia di sè stesso” (d.r.)

Un anno fa decisi di intraprendere un’esperienza discutibile per molti, ma molto fruttuosa per me stessa: spendere un anno della mia vita al fianco dei rom, attraverso l’opportunità del servizio civile.

Il progetto, nel quale sono stata impegnata, si è occupato della scolarizzazione dei minori residenti in due campi nomadi del comune di Roma (Salone e Lombroso), villaggi profondamente diversi fra di loro per collocazione, organizzazione e popolazione.

Il villaggio attrezzato di via di Salone sorge infatti nella periferia est di Roma, in una zona profondamente isolata: l’unico mezzo di trasporto più vicino è la stazione ferroviaria de La Rustica, raggiungibile però solo a piedi, attraverso una strada molto stretta e pericolosa, con macchine che corrono a forte velocità e priva di marciapiedi. Esisterebbe anche la stazione di Salone, a due passi dal campo, ma purtroppo è stata chiusa proprio per impedire ai rom di spostarsi! Non ci si è accorti, però, di quanto i tempi siano cambiati nel villaggio di Salone: se, infatti, fino a pochi anni fa, erano all’ordine del giorno folle di rom che prendevano il treno per raggiungere il centro abitato, ora la situazione si è notevolmente ridimensionata, grazie ad un profondo cambiamento messo in atto nel campo di Salone. Sono state infatti buttate giù le baracche fatiscenti messe su da persone che non sapevano dove andare (perché costantemente respinte ai margini della società), e sono stati collocati dei container organizzati ordinatamente, sono state asfaltate le stradine interne ed è stato realizzato persino un asilo nido (che accoglie i bambini fra i due ed i tre anni, fornendo a genitori e figli l’opportunità di iniziare gradualmente ad accostarsi al mondo della scuola). Nel campo è inoltre presente un presidio della polizia municipale, una cooperativa sociale che si occupa della vigilanza, oltre alla presenza costante di operatori che si occupano quotidianamente della scolarizzazione dei ragazzi rom e della gestione del campo (attraverso progetti di inserimento lavorativo e di educazione all’autonomia). Salone raccoglie inoltre rom di etnie diverse, sia rumeni che jugoslavi: e solo ora si stanno vedendo i frutti di un’integrazione interna, perché inizialmente vi erano delle tensioni molto forti fra gli stessi rom provenienti da regioni differenti.

Il villaggio di via Cesare Lombroso, situato proprio a fianco dell’ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà, sebbene sorga in un centro cittadino, vive problematiche molto differenti al campo di Salone, dove, paradossalmente, l’emarginazione geografica sembra perire sotto i colpi di un’integrazione sociale fortemente cercata per garantire alle nuove generazione una vita in più possibile normale. Il campo di Lombroso, pur essendo molto piccolo, vive infatti due drammi sostanziali: primo, si tratta di un’unica famiglia allargata, all’interno della quale i ragazzi sono portatori di disabilità varie con diversi livelli di gravità, quali la sordità o lo strabismo, causate sostanzialmente da matrimoni fra parenti stretti; secondo, si tratta di bosniaci sfuggiti dalla guerra balcanica, i quali, durante i bombardamenti, hanno perso i loro documenti ed ora si trovano in una situazione paradossale, in quanto l’ambasciata non li riconosce come cittadini bosniaci e lo stato italiano non può fornire la cittadinanza italiana nemmeno ai ragazzi nati qui, in quanto i loro genitori non hanno né documenti né permesso di soggiorno. La situazione risulta essere dunque molto tesa, sia perché essendo un’unica grande famiglia i dissidi interni sono all’ordine del giorno, sia è perché i ragazzi stessi non hanno né prospettive né speranza nel futuro, in quanto impossibilitati a svolgere qualsiasi tipo di lavoro, e dunque a poter sognare un cambiamento in positivo della loro esistenza.

Inizialmente non è stato per nulla facile capire la realtà dei rom, ed una buona dose di coraggio è stata necessaria per abbattere il muro di diffidenza che coinvolgeva prima di tutto me stessa: il coraggio di accettare l’altro così com’è, apparentemente privo di valori; il coraggio di giocare con bambini spesso molto sporchi; il coraggio di entrare in case piene di immondizia. E tutto questo misto al coraggio di non fare emergere dai miei atteggiamenti il ribrezzo, e dai miei occhi la pena nei confronti di persone che cercano solo considerazione della loro identità umana. I rom hanno infatti un bisogno disperato dell’altro, ma non certo nella forma assistenziale che gli è stata imposta dalla nostra cultura dominante: essi infatti cercano solamente quell’altro che gli dia il diritto di vivere la loro identità umana, senza essere privati delle loro peculiarità. E ciò non significa lasciarli liberi di delinquere, ma ammettere la nostra miseria di occidentali, che non ci vergogniamo di manipolare la realtà per far credere ai nostri figli che esistono culture più importanti di altre. In una società come la nostra, nella quale l’altro ci è d’intralcio in quanto ostacolo al nostro ego, i rom mi hanno ricordato quanto l’altro possa essere prezioso per la conoscenza di noi stessi.

Ricordo ancora la prima settimana del mio servizio civile, vissuta tra dolore e rassegnazione: prima l’incontro con quattro fratellini soli ed impauriti, poi la realtà di un uomo malato di mente e di sua sorella disabile. Non potrò mai dimenticare le mani viola e gonfie di quattro bimbi che avevano passato la notte al gelo, senza genitori, in una roulotte fatiscente senza nemmeno i vetri alle finestre: non cancellerò mai dal mio sguardo le lacrime di paura di una di loro, che vergognosamente andò a scuola senza mutandine né scarpe. Nei suoi occhi vidi tutto il terrore della solitudine, tutta la vergogna della povertà, tutta la sete di affetto, tutto lo spavento dell’innocenza. Così come rimarrà impresso nel mio olfatto l’odore di carne macera e immondizia quando l’uomo malato di mente ci mostrò sua sorella, una quarantenne nata priva di arti e vissuta su di un letto. Nonostante il degrado e l’abbandono, le sue parole, apparentemente prive di senso, raccontavano di un uomo che, nella sua povertà di risorse e di intelligenza, aveva vissuto tutta la sua vita per una sorella, che miracolosamente ha raggiunto l’età di quarant’anni senza alcuna cura per la sua grave disabilità, vivendo solo dell’affetto di un fratello anche lui disabile, ma nella psiche.

Il ribrezzo è allora perito sotto i colpi della rabbia per una città che non può permettere tutto questo: dalla paura può nascere solo l’emarginazione, mentre la sicurezza è possibile solo attraverso l’accoglienza. Un’accoglienza che però non ghettizza rendendo più facile l’emarginazione criminale, ma che permetta a ciascuno di realizzare la propria identità di essere umano. I campi nomadi, allora, non sono e non possono diventare una forma di assistenzialismo accogliente: si tratta, infatti, di un mezzo dispendioso e poco fruttuoso per ripulire la nostra ricca coscienza dalla vista di un povero che ci interroga. I rom non sono ladri, come i rumeni non sono stupratori, e gli italiani non sono mafiosi. I rom sono prima di tutto persone, con una loro identità ben precisa ed una loro storia, purtroppo poco conosciuta ed apprezzata. Il termine rom identifica infatti, in maniera assolutamente stereotipata da parte dei mezzi di comunicazione, una cultura molto più ampia, che comprende cinque gruppi principali (Rom e Sinti – presenti sul territorio italiano, divisi rispettivamente al centro-sud e al nord –, Kalé – i gitani della penisola iberica –, Manouche – francesi – e Romnichals – inglesi –) e che ha origine nell’India del nord, da dove già nel XV secolo si snodarono le prime migrazioni. Questo cammino millenario verso l’Europa ha inevitabilmente influito sul romanès, la lingua ancora orale parlata dalla popolazione rom, nonostante attualmente si stia perdendo la propensione al nomadismo, soprattutto in quelle comunità presenti da generazioni sul nostro territorio.

Dunque, solamente dopo un’attenta osservazione ed un’approfondita conoscenza, è possibile parlare della questione dei rom. Durante il mio anno di servizio civile, ad esempio, io ed i miei tre colleghi, ci siamo occupati del tema della scolarizzazione dei minori rom. Dopo la conoscenza dei ragazzi, attraverso l’accompagno scolastico mattutino in collaborazione con le cooperative presenti dei due villaggi attrezzati, ci siamo impegnati in un progetto di sostegno scolastico pomeridiano, che permettesse ad alcuni dei molti ragazzi incontrati di avvicinarsi allo studio mettendo a frutto le singole doti. Durante questo viaggio abbiamo raggiunto obiettivi importanti, non solo dal punto di vista della nostra crescita personale, ma soprattutto per gli ottimi risultati ottenuti da questi ragazzi agli esami di terza media e più in generale nel loro rendimento scolastico. Abbiamo infatti seguito nella preparazione della prova finale delle scuole secondarie di primo grado tre ragazze rom, uscite tutte con buoni risultati, ed abbiamo accompagnato altri nel loro apprendimento quotidiano delle svariate materie, cercando di capire le loro lacune e di fornirgli strumenti di crescita adatti alle singole capacità.

I bambini rom hanno bisogno prima di tutto di un’educazione linguistica di base, che gli permetta di capire l’italiano e che parta fin dalle scuole materne: in casa infatti parlano solo il romanés, senza contare il livello di istruzione dei genitori, molto spesso analfabeti. A questo proposito abbiamo notato differenze fra i rom rumeni di recentissima migrazione, che hanno livelli di istruzione accettabili in molti casi, ed i rom jugoslavi, giunti in Italia per sfuggire alle guerre balcaniche, che sono per lo più analfabeti e con molti problemi dal punto di vista burocratico, in quanto sprovvisti molto spesso di documenti. I rom hanno dunque bisogno di un’attenzione costante, che non li distolga dall’apprendimento e gli dia l’opportunità di crescere nella loro carriera scolastica per raggiungere obiettivi importati, come la realizzazione delle proprie capacità e l’opportunità di raggiungere il riscatto della propria identità: pur essendo infatti molto intelligenti e possedendo doti innate, quali una spiccata manualità ed una forte musicalità, hanno mantenuto tradizioni antiche (tipiche anche delle culture occidentali), quali matrimoni in giovane età ed alta natalità.
Elisa Scaringi


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