LA FOTOGRAFIA? ARTE NATA DA UN RAGGIO E DA UN VELENO


camera-ottica for POPactdel Prof. Enrico Maddalena

“Con la primavera, a centinaia di migliaia, i cittadini escono la domenica con l’astuccio a tracolla. E si fotografano. Tornano contenti come cacciatori dal carniere ricolmo, passano i giorni aspettando con dolce ansia di vedere le foto sviluppate (ansia a cui alcuni aggiungono il sottile piacere delle manipolazioni alchimistiche nella stanza oscura, vietata alle intrusioni dei familiari e acre d’acidi all’olfatto), e solo quando hanno le foto sotto gli occhi sembrano prendere tangibile possesso della giornata trascorsa, solo allora quel torrente alpino, quella mossa del bambino col secchiello, quel riflesso di sole sulle gambe della moglie acquistano l’irrevocabilità di ciò che è stato e non può esser più messo in dubbio. Il resto anneghi pure nell’ombra insicura del ricordo”.

Prendo spunto da questo brano di Italo Calvino per una riflessione sulla fotografia. Una delle caratteristiche che distingue la Fotografia dalla Pittura, è nella sua capacità di “documentare”. La nettezza, la ricchezza di particolari del segno fotografico, lo rendono un “doppio” della realtà. I primi dagherrotipi venivano anche chiamati “specchio della memoria”. La lastra argentata, lucida e brillante, sembrava aver realizzato l’antico sogno di fissare le fugaci immagini che si riflettono negli specchi. Grazie all’invenzione di Daguerre, un brandello di spazio e di tempo poteva finalmente essere reso immortale e sottratto alla corruzione dell’invecchiamento e dell’oblio. Certamente la fotografia non è soltanto documento. È anche comunicazione di idee e di sensazioni. Il segno fotografico può veicolare dei significati che trascendono le cose rappresentatevi e che sono non tanto nel mondo reale, quanto nella mente dell’autore.
Per questa volta però, vi invito a riflettere sulla fotografia come documento.

Riporto a tal fine, anche un sonetto di Augusto Berta, contenuto in un testo di Carlo Brogi del 1896: “Il ritratto in fotografia“.

”Arte nata da un raggio e da un veleno
la disse un dì il Poeta – Gli rispose
un altro: – Essenza d’anime e di cose!
Tutto si eterna nel vital tuo seno:
il sole, il giubilante arcobaleno,
le stranezze del mar, l’ombre pensose
del bosco, le dolcezze luminose
d’uno stellante e puro occhio sereno.
Ed io l’amo quel raggio velenoso
che suscita la forma come un Dio,
che tutto vede e strappa al freddo oblio!
Ed io l’adoro quel velen radioso
che mi consente ancor l’immagin pia
– morta da tempo – della Mamma mia!”

“Raggio e veleno”, “raggio velenoso”, “velen radioso”, stanno ad indicare i mezzi ottici e chimici che rendono possibile la “scrittura con la luce”.

Enrico Maddalena

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