Che siano indiani colonizzati residenti in Inghilterra, o italiani emigrati in Germania, che siano nordafricani stipati nelle periferie francesi, o i disperati delle carrette del mare approdati in Italia, non importa. Né generi imposti, né nazionalità preferite, né lingue dominanti: conta solo l’aver perso le proprie radici. Una nuova società, nuove leggi, una nuova lingua, si impongono con forza sul vivere civile e sociale di uomini e donne nati in altre patrie. La letteratura migrante si propone allora come transculturalità: essa supera i confini fra le società; e nasce una cultura unica mescolanza di popoli diversi. La transculturalità affonda in una radice rizomatica: non c’è più un unico radicamento verticale nella terra, ma esistono molteplici diramazioni che, orizzontalmente, manifestano la loro eguaglianza.
La letteratura migrante rappresenta dunque un movimento letterario anomalo: in esso infatti la ‘non’ distinzione di patrie realizza la transculturalità che non conosce caratteri imposti. Ecco allora che l’utopia della creolizzazione occidentale trova la sua perfetta realizzazione.
Isole caraibiche. Arrivano gli schiavi negri, ostaggio dell’innovativo colonialismo americano. Nasce la lingua creola come strumento di scambio fra etnie africane oggetto dello stesso dannato destino. Alfabeti e grammatiche si mescolano creando un’unica realtà: una cultura fatta di semi opposti e complementari. Generazioni di schiavi insegnano oggi all’occidente la via della decolonizzazione. I dannati della terra ci guidano verso la meta di una società rizomatica, mescolanza di culture non più dominanti. I dannati della terra ci chiedono ancora oggi di liberare il nostro cuore dalle catene del colonialismo.
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Autore: Elisa Scaringi















